Come riceviamo e così pubblichiamo

femminacaprioloepiccoloPer introdurre la questione, definita impropriamente dai media “La Mattanza dei Bamby” ai tempi della sua contestazione in Provincia di Alessandria, voglio fare una piccola introduzione sull’etica e sull’utilità  di questa caccia ed un piccolo paragone con l’allevamento.

Iniziamo con l’etica e sull’utilità : la caccia di selezione al capriolo viene monitorata dalle province tramite censimenti fatti in primavera ed i dati conseguenti, gestiti dalle università , soprattutto quella di Pavia, servono per produrre il piano degli abbattimenti in modo da “prelevare” il 20/30% dell’incremento stimato annuo, con questo si tende a mantenere una popolazione stabile di numero, diminuire od accrescere l’età  media della popolazione, al fine di fortificare la specie fortemente radicata sul territorio, i selecontrollori (cacciatori che hanno superato vari esami per essere ammessi al piano) sono tendenzialmente persone che hanno maturato una forte motivazione ed etica in questa attività  che potremmo definire di pubblica utilità  in quanto serve a ridurre gli incidenti ed i danni causati da troppi animali oltre che alle epidemie a cui, con alte densità , vanno per natura incontro (manca il lupo e la lince predatori naturali).

A questo punto parliamo del paragone con l’allevamento: una pecora (o un vitello o un pollo) nascono in cattività , spesso in recinti stretti, là vivono senza godere della dovuta libertà  e là muoiono e muoiono tutti, e sottolineo TUTTI, spesso in maniera crudele (sarebbero sorpresi i lettori ad andare a vedere come muore un pollo di allevamento). Un capriolo, al contrario, nasce in libertà  se la gode appieno e ne muoiono solo una parte, definita dai piani di abbattimento, di colpo, senza rendersene conto, in modo veloce ed etico con un colpo al cuore.

Una delle mie attività è quella di tentare di transitare l’immagine del cacciatore, in questo caso parliamo di caprioli, di fronte all’opinione pubblica come un personaggio affidabile, conoscitore della natura e che ci permette di gustare buone ricette di prodotti della natura, sicuramente biologici, che normalmente non gustiamo. Per far questo mi sto molto impegnando su tre fronti con i miei colleghi: l’etica (combattere e non essere omertosi con i bracconieri che sono delinquenti), l’estetica (vestirsi non da marines in Vietnam ma con abiti di tradizione locale come il Loden e la Maremmana potranno aiutare i cacciatori a essere più apprezzati dagli altri fruitori del bosco, essere gentili con gli stessi ed adoperarsi per svelare ai turisti segreti a loro noti, tracce di animali, luoghi di abbeverata ecc.., sicuramente farà  vedere il cacciatore come una guida turistica nella foresta), la cucina ( sapori poco conosciuti, antiche ricette di caccia, bontà  e biologicità  delle carni di selvatico potranno poi aiutare i “non addetti ai lavori” a beneficiarne con gusto, per questo ho un progetto per la gestione e la distribuzione delle carni in oggetto ad un pubblico più vasto possibile).

In fondo la indiscutibile violenza della conclusione di un atto di caccia è inevitabile ma positiva se ben gestita e sicuramente è meno violenta e molto più casuale della violenza che si perpetua quotidianamente e su tutti gli individui di qualsiasi allevamento (ritorno alla parola Mattanza che ho usato all’inizio: la Mattanza è il modo con cui si pescano i tonni, chiusi in una rete sui quattro angoli e arpionati, ancora vivi, con i raffi e poi lasciati morire di asfissia. Ma tutti mangiano la scatoletta di tonno senza curarsene!)

Perciò vogliamo iniziare a vedere il selecontrollore come un pastore di animali selvatici? Vogliamo vederlo come una persona perbene che ci può insegnare qualcosa e far mangiare qualcosa di buono?

Andrea Dario Manzi Fè – Selecontrollore

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