Ringraziare con un rametto verde

Pubblicato il 14 aprile 2010 in Cacciare a Palla, Racconti Enrico Già letto 8.241 volte

La caccia, secondo la tradizione mitteleuropea, non è uno sport, non è un hobby qualsiasi, né una semplice “predazione” dell’uomo su alcune specie animali: è una cultura e un rito da celebrare nel bosco. Dove il rispetto per gli animali gioca un ruolo essenziale

Come avevo sottolineato in un articolo precedente, la ricca cultura venatoria mitteleuropea ha alla base – e in questo si differenzia molto dall’approccio mediterraneo – un sostanziale e quasi sacrale rispetto per la natura e gli animali che la popolano. Il rispetto per gli animali rappresenta dunque una componente primaria dell’etica venatoria che invece, per i latini e anche per gli anglosassoni, è più che altro una semplice faccenda di bon ton fra cacciatori. Personalmente ritengo che l’impostazione centroeuropea – con i suoi riti ancestrali e così suggestivi – oltre a offrire profonde emozioni in più al cacciatore, sia anche più adeguata alla caccia come è intesa oggi.

Nell’approccio gestionale contemporaneo, il benessere della fauna è un obbiettivo primario dell’attività venatoria e allora, se abbiamo a cuore che i “nostri” animali stiano bene, onorarli quando li preleviamo mi pare un segno di garbata coerenza. Una tradizione antica, quindi, che sa essere molto attuale. E mi viene in mente il racconto del geniale Franco Perco, quando “costrinse” alcuni amici capannisti a vestirsi di verde, indossare il capello e, a fine caccia, distendere le piccole prede in uno Streckelegen (il tableau de chasse dei francesi ), onorandole con microscopici rametti nel becco e un brindisi… Certo, una stravagante forzatura didattica (in tutti i sensi, perché la “selvaggina bassa” non riceve rametti), ma i capannisti quel giorno la gradirono. La tradizione mitteleuropea è fatta di linguaggio, gesti, ancestrali ritualità. Alcune di queste sono ormai quasi solo un ricordo, altre restano vive. I cacciatori tedeschi oggi si vestono di pile e goretex come tutti gli altri; anzi, si nota persino in quelle lande una sporadica diffusione degli orripilanti e inutili abiti “camo”. Ma alle feste di paese vanno “vestiti da cacciatori” e non mancano mai di onorare col Bruch un ungulato abbattuto. Il Bruch, cioè il celeberrimo “rametto”, è infatti uno degli elementi più significativi della loro tradizione.

Rametti ricchi di informazioni

I rametti e le fronde, di abete o altro legno, hanno trovato un impiego smisurato nella pratica venatoria tradizionale.
Sul territorio, sull’Anschuss o sulla traccia, servivano come precisi “messaggi di caccia” (Verständigungsbrüche) indispensabili per trasmettere informazioni in un’epoca dove non esistevano strade e automobili per muoversi in fretta, né tantomeno cellulari o radioline per comunicare in tempo reale. Oggi i rametti “segnaletici” sono usati quasi solo per dare risalto alla tradizione in situazioni particolari e formali, come una gara di cani da traccia. Mentre gode di ottima salute la loro funzione rituale. Perdura l’abitudine di predisporre un letto di fronde per accogliere un capo abbattuto quando lo si mostra al pubblico, per esempio un agognato cervo maschio che, sul cassone del moderno pickup o sul rimorchio di un trattore, verrà comunque adagiato su un “manto” verde. Ma l’uso più universale dei rametti che è rimasto attuale e praticato, anzi si va diffondendo persino in Italia, è quello finalizzato a onorare direttamente la spoglia dell’animale prelevato.

Un Bruch per onorare il capo abbattuto

Il rispetto del capo abbattuto è un elemento culturale fondamentale. Quando si arriva sulla spoglia è sempre buona cosa togliersi il cappello (perché non si caccia a capo scoperto, prima di tutto per ragioni pratiche) in segno di omaggio. L’animale, adagiato a terra sul fianco destro, viene quindi onorato con dei rametti. Una prima fronda abbastanza grande (Inbesitznahmebruch), che indica la “presa di possesso”, si colloca sul fianco dell’animale, per tradizione andrebbe disposta con la punta (il lato spezzato) verso la testa per i maschi e viceversa per le femmine. Un secondo rametto, più piccolo, viene posto nella bocca dell’animale e simboleggia un “ultimo pasto” (letzter Bissen) offerto dal cacciatore. Un tempo, “l’ultimo boccone” veniva offerto solo agli animali maschi, oggi lo ricevono regolarmente tutti i capi prelevati. Il terzo rametto (Schützenbruch), la cui punta si intinge leggermente nel sangue, va ad ornare il capello del cacciatore che ha tirato. A porgerlo è di solito l’accompagnatore: lo offre al cacciatore appoggiandolo sul proprio cappello, tenuto con la mano sinistra. La destra è riservata alla stretta di mano di congratulazione, che si effettua dicendo Weidmannsheil! Si risponde con un Weidmannsdank, grazie. Per completezza, va detto che una diversa scuola di pensiero sostiene che l’animale vada posto sul fianco destro solo nel tableau, mentre nella caccia individuale il “rametto del possesso” vada sempre a coprire il foro d’entrata del proiettile, quindi l’animale verrà adagiato sul lato opposto, qualunque esso sia… ma qui siamo davvero nelle minuzie.
Quando il recupero del capo è opera di un cane da traccia, sarà il conduttore (che si dovrebbe salutare dicendo Horrüdho!) a offrire il Bruch al cacciatore. In questo caso anche il fido ausiliario va omaggiato con un rametto da infilare nel collare. Il cacciatore porta lo Schützenbruch sempre sul lato destro del proprio cappello. Il Bruch si pone invece sul lato sinistro alle cerimonie e alle manifestazioni. Così si fa anche partecipando al funerale di un cacciatore, dove al momento dell’inumazione ogni collega depone sul feretro il proprio rametto (spesso di abete bianco, portato con la parte inferiore più chiara rivolta all’esterno), quasi a indicare un’ultima traccia all’amico defunto.
Una nota singolare: la posizione del Bruch sul cappello in passato era esattamente inversa (a sinistra per la caccia, a destra per le cerimonie), come si può dedurre da dipinti venatori o vecchissime fotografie. In passato i rametti erano un ornamento da cerimonia anche nell’uso militare e soprattutto, non a caso, nelle unità di “cacciatori”. Per il Bruch la tradizione prevede anche quali siano le piante nobili da utilizzare: la quercia, l’abete rosso e bianco, il pino cembro e il larice, l’ontano. Ovviamente, in caso di necessità si utilizzano anche altre essenze, come il rododendro in alta quota. Ricordando che i rametti necessari (come indica la parola Bruch, cioè rottura, frattura) non andrebbero mai tagliati col coltello da una pianta, bensì spezzati.

Un grande patrimonio di cultura venatoria

Altre tradizioni si esprimono nell’abbigliamento del cacciatore, sempre sulle tonalità corrette del verde, ma anche marrone o grigio. Sia nei capi tecnici pensati per l’attività venatoria, sia nei capi eleganti per le cerimonie. Quella di farsi riconoscere anche nell’abbigliamento è davvero un’ottima abitudine, perché rinforza il senso di appartenenza e l’identità dei cacciatori, che si vestono “da cacciatori” con orgoglio anche nelle occasioni “civili”. Uno spettacolare ornamento assai diffuso in ambiente alpino è il Gamsbart, cioè il voluminoso ciuffo di peli della schiena del maschio di camoscio, da portare sul cappello. Meno prestigiosi, ma carini, gli equivalenti di cervo o tasso.
Infine, altre consuetudini sembrano solo formali, ma sono nate da esigenze pratiche. Per esempio il caratteristico modo di portare la carabina in uso fra i cacciatori dell’Europa centrale. L’arma si porta praticamente sotto il braccio “debole” (il sinistro per chi non è mancino), con la canna in avanti, più o meno in orizzontale rispetto al corpo. La posizione è molto più facile da mostrare con un’immagine che non da spiegare a parole. È utile perché la direzione della canna è sempre sotto controllo, l’arma non si impiglia nei rami e non intralcia il bastone, è più protetta da eventuali urti e il movimento per portarla alla spalla risulta molto fluido e veloce. Anche l’uso del corno (tipico di tutta la caccia nobiliare, non solo centroeuropea) ha un’origine pratica: serviva per comunicare a distanza nel corso delle battute.

Oggi mantiene la capacità di farci emozionare, quando le sue note risuonano nella foresta per onorare un capo prelevato. E, nella tradizione mitteleuropea, ogni animale cacciato ha la propria musica: Hirsch tot per il cervo, Gams tot per il camoscio… e così via. La tradizione tedesca è poi caratterizzata da uno straordinario linguaggio venatorio specifico (la Jägersprache o Weidmannssprache), composto da alcune migliaia di parole “speciali” che descrivono gli animali, il loro comportamento e la caccia. Un vocabolario incredibilmente ricco che, insieme a tutti gli altri elementi, fa della tradizione mitteleuropea un patrimonio di cultura venatoria che non ha eguali.

Ettore Zanon

per gentile concessione della rivista Cacciare a Palla, in edicola in questi giorni

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