Detenzione Trofei: quando non sono di animali cacciati dal detentore

Pubblicato il 21 maggio 2012 in Leggi/Regolamenti Enrico Già letto 3.975 volte

Mi è stato chiesto di recente se e in che misura sia possibile detenere i trofei dei selvatici che comunemente sono oggetto di caccia. Mi riferisco a caprioli, cervi, daini, cinghiali, mufloni per ricordare i nostri animali appenninici di più frequente abbattimento, fermo restando che il concetto di trofeo può essere ampliato, sia pure per comodità descrittiva, fino a comprendervi anche gli animali imbalsamati.
Dunque, non più soltanto ungulati, ma anche altri mammiferi o uccelli nelle più svariate specie purchè, ovviamente, oggetto di attività venatoria. La questione potrebbe apparire un falso problema, ma in realtà non lo è. Gli animali selvatici che nascono nel nostro territorio – com’è noto –appartengono allo Stato e pertanto pare ovvio che l’acquisizione e la detenzione del trofeo, nelle accezioni ricordate, quale parte dell’animale che non può essere acquisita se non con l’abbattimento, debba essere giustificata se si vuole evitare di essere accusati di un indebito impossessamento di beni che non ci appartengono.
Va detto, poi, che detenzione del trofeo è cosa diversa dal prelievo venatorio. Sarà capitato a chiunque di transitare davanti a negozi di arredamento o di antichità e di vedere esposti trofei di ungulati e, talora, anche animali impagliati; ed è raro, ma succede anche che qualche cittadino, pur non cacciatore, esponga nella propria abitazione i trofei come semplici arredamenti.
Può accadere, di conseguenza, il detentore di un trofeo non sia colui che ha abbattuto l’animale e lo voglia tenere per scopi o finalità diverse da quelli che solitamente muovono il cacciatore. Ora, per quanto mi risulta, non esistono in Italia norme statali o regionali che disciplinino in termini specifici la fattispecie, e ciò dico con il dovuto beneficio di inventario, considerata per la ingestibile parcellizzazione della normativa venatoria a livello regionale.
Dunque, fatta salva l’esistenza eventuale di regolamentazione specifica, tenuto conto che il prelievo dei selvatici è legittimo se eseguito con le modalità stabilite dalla legge 157/92 e dalle leggi e regolamenti regionali (dunque per chi è munito di licenza, abilitato al tipo di caccia, esercita l’attività venatoria nel periodo consentito, preleva solo le specie non vietate ecc.), direi che anche la detenzione del trofeo è legittima se è la conseguenza di tale impossessamento. Non dovrebbero cioè esistere divieti di sorta alla detenzione per chi si trova nel possesso del trofeo in quanto proveniente da (un suo) regolare abbattimento.
Di solito, se si tratta di ungulati, non vi sono difficoltà a dare la prova della provenienza e dunque della legittimità dell’abbattimento perché ogni capo abbattuto viene registrato in appositi registri che sono custoditi dalla pubblica amministrazione (almeno secondo la legislazione dell’Emilia Romagna); per la piccola selvaggina, il tesserino di caccia, le presunzioni collegate all’esercizio della caccia e il buon senso potranno sostituire la (sempre assente) prova documentale.
Altrettanto legittima, però, è la detenzione da parte di chi ha acquistato il trofeo come ornamento o arredo in un esercizio commerciale, in libera vendita, salvo che si tratti di specie soggetta a un particolare tipo di tutela, interna o internazionale, che ne vieta il commercio o lo subordina a determinate condizioni, come più oltre si dirà.
I problemi cioè non esistono, a mio parere, per la detenzione di trofei riferibili alle specie cacciabili; potrebbero, invece, sorgere laddove il trofeo appartenga ad animale non cacciabile o soggetto, per la sua appartenenza a specie minacciata di estinzione, a regolamentazione internazionale.
In altre parole, nessun divieto per affiggere al muro della tavernetta lo scudetto con il nostro ultimo abbattimento di becco di capriolo, ma quando dobbiamo appendere un cape di leopardo le cose cambiano sensibilmente.
In questo caso, occorre fare riferimento in linea generale alla regolamentazione internazionale e, in particolare, alla Convenzione di Washington del 3 marzo 1973 meglio nota con l’acronimo C.I.T.E.S. – Convention On International Trade of Endangered Species. – la quale regolamenta il commercio, in termini di esportazione, importazione, riesportazione, transito, trasbordo e detenzione a qualunque scopo di talune specie di animali e piante, e anche di parti di essi, minacciate di estinzione; l’Unione Europea ha recepito la Convenzione con il regolamento CE 338/97 cui sono seguite negli anni significative modifiche volte a definire sempre più nel dettaglio le specie da proteggere, attraverso la loro classificazione in allegati diversificati.
Si tratta di normativa puntuale e puntigliosa, di difficile ed onerosa applicazione, e, per di più, anche assistita da tutela penale.
Per fortuna, nessuno dei selvatici che cacciamo oggi nel nostro appennino, però, rientrano in tale regolamentazione, sicchè, per questo aspetto, non occorre preoccuparsi.
Da ultimo, che sorte riservare ai trofei rinvenuti durante un’escursione in montagna o una gita nei boschi a funghi?
In assenza di prescrizioni dettate da ragioni igienico-sanitarie (penso a regolamenti di polizia veterinaria o a regolamenti di igiene o a ordinanze contingenti) mi viene fatto di pensare a quanto stabilisce l’art. 927 c.c.: teoricamente chi rinviene il reperto dovrebbe consegnarlo al … legittimo proprietario, ossia alla provincia, la quale è libera, poi, di autorizzarne la detenzione da parte del privato.
Ma un’altra soluzione potrebbe essere quale di ritenere il reperto una res derelicta ossia una cosa abbandonata dal proprietario che diviene di proprietà di chi la trova, secondo la previsione dell’art. 923 applicabile in origine anche agli animali che formano oggetto di caccia e di pesca.. Non sarebbe così peregrino ritenere che le spoglie dell’animale selvatico, incluse le appendici frontali, soprattutto se risalenti nel tempo, sono cose che non interessano più il proprietario, perché ormai prive della loro funzione e destinazione, e che pertanto hanno perso la loro natura di beni appartenenti al patrimonio indisponibile per riacquisire quella originaria di beni di nessuno, suscettibili di essere acquistati con il solo rinvenimento.

a cura del Giudice Francesco Parisoli

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