Porto di fucile – Non c’è male!

Pubblicato il 3 Dicembre 2013 in Articoli Enrico Già letto 2.327 volte

E’ di pochi giorni fa la notizia – la riferisce Massimo Vallini, direttore di Armi e tiro, su dati forniti dall’ufficio stampa della Polizia di Stato – che dal 2002 al 2012 le licenze di porto di fucile per uso di caccia sono diminuite del 21%, 187.177 in meno in numero assoluto. Nel 2002 erano 884.953, nel 2012 si erano attestate a 697.776, circa tremila in meno del 2011 (700.922).
Più o meno, anche se in quei dieci anni non erano stati diffusi aggiornamenti, il dato nel suo insieme era noto. Almeno a livello di stime. Come noto era il fatto che nel frattempo si consumava un travaso, a vantaggio dei possessori di licenza di porto di fucile per uso sportivo, passati da 127.187 a 373.693. Registrando cioè un saldo attivo di 246.506 unità.
Il che ci conforta, se facciamo la somma delle due voci. Cacciatori e tiratori, insieme, nel 2002 erano 1.012.140, 1.071.469 nel 2012. Il trend è sicuramente positivo.
Quali le ragioni?, si chiede anche Vallini.
Secondo me, alle sue, più che oggettive, bisognerebbe aggiungere qualche altra considerazione. Con un occhio rivolto soprattutto ai fenomeni che hanno interessato e interessano il popolo dei cacciatori.
Prima riflessione. I dati forniti da Finzi/Astra Ricerche/Face/Cncn, che a prima vista quando apparirono destarono qualche stupore, erano e sono reali. L’aumento delle licenze di porto di fucile per i tiro a volo, quasi triplicato, non può essere attribuito esclusivamente al successo – indiscusso, non c’è dubbio – di una disciplina (il tiro, appunto), che considerando soprattutto le frequenze sui campi di tiro, mi pare si ridimensioni da sè.
Altra riflessione. Sicuramente, il costo della licenza di caccia (aggravato dalla crisi feroce da cui tutto il paese è profondamente scosso) e la voglia di mantenere l’arma, magari solo in casa, per affezione o per difesa personale, hanno un’importanza rilevante.
Ma non basta. Rinnovando la licenza di porto di fucile per uso di tiro a volo in pratica si abbassano sostanzialmente i costi. E qui – badate bene – sta il dato emerso chiaramente dalle ricerche di Finzi: secondo me – la butto là a rischio di essere smentito – chi in Italia ha deciso di chiudere con la caccia, per tutti i motivi che conosciamo, non è detto che abbia chiuso definitivamente. Probabilmente, in buona parte spera in anni migliori, sia per le sue tasche, sia per le nostre interne vicende venatorie, ma, insisto con il ma, probabilmente ha anche deciso di praticare questa passione altrove. Oggi, o domani, chissà. L’allargamento delle frontiere dell’Europa, una più libera circolazione, anche con l’arma al seguito, le offerte di quei paesi che – grazie a maggior lungimiranza e minore stupidità dei propri governanti – hanno da tempo capito che la caccia è una risorsa, non un problema, tutto questo e forse altro ancora può dare una risposta ancora più appropriata al citato abbondante pareggio registrato nel decennio trascorso. Una analisi più precisa dei cacciatori che si recano all’estero ci potrebbe essere di conforto.
Figuriamoci, mi viene da dire a questo punto, se le nostre beneamate associazioni venatorie, invece di litigarsi fra di loro, per una tessera in più, o per principi che ormai sia di qua che di là fanno parte del mondo delle idee (balzane) che non hanno più un minimo di corrispondenza con la realtà, figuriamoci, dicevo, cosa succederebbe se questi nostri rappresentanti decidessero di chiudere con le divisioni, e collaborare insieme per promuovere un immagine della caccia, positiva, funzionale all’agricoltura, utile alla società, così come fanno in ogni altra parte del mondo! Non è vero, come dice qualcuno, che prima di accedere a questo livello (la promozione di un immagine positiva della caccia) c’è bisogno di riformare il nostro modo di essere e di proporsi. I valori, altamente positivi per l’economia, per l’agricoltura, per l’ambiente e per la società in genere, già ci sono, basta saperli cogliere, anzi, più che saperli, basta volerli cogliere.
C’è un serbatoio immenso di giovani e di donne, che – come succede altrove, in Francia, in Germania, in Gran Bretagna, negli Stati Uniti (in USA è donna l’11% dei cacciatori, ovvero più di un milione e trecentomila …diane) – non aspetta altro che essere informato. La gente non è stupida. Giovani e donne, soprattutto, hanno capacità di ascolto, di apprendimento, e sensibilità superiori a certi maschietti stazzonati. Che proseguono con le loro stantie tiritere, vaniloqui, litanie nelle quali non crede più nessuno.
Aldilà delle mie modeste considerazioni sui motivi che spingono ancora più di un milione di italiani a conservare in casa un fucile da caccia (o da tiro), la questione dirimente, a mio parere, è la stessa che oggi sta alla base della crisi della politica. Se vogliamo uscire da questo accerchiamento che assomiglia sempre di più a una riserva indiana (purtroppo fatta di maschi superadulti, imbolsiti, senza mocciosi e senza squaw), l’imperativo è una solo: Aria fresca, facce nuove, chiacchierare di meno e….. fare di più.
Tratto da: Big hunter
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