Tu che cacci a palla non potrai mai capire

Pubblicato il 17 Giugno 2014 in Articoli, Sentieri di Caccia Enrico Già letto 835 volte

LiboiQueste sono le ultime parole scrittemi da un appassionato di caccia alla migratoria, ovviamente sul Web. Non è questo il momento di discutere sulla dannosità delle tematiche serie e oggettive massacrate dal popolo spesso bellicoso dei social network (sovente sono i più aggressivi quelli più regolarmente attivi, quindi non ne parleremo, anche se prima o poi è un argomento che dovremo obbligatoriamente affrontare, vista l’importanza che sta assumendo.

In questo specifico caso il discorso (se battere su dei tasti può essere definito discorso…) era assolutamente nei limiti del civile. Interloquivo con una persona che capiva perfettamente che fino agli anni Settanta/Ottanta un po’ tutti noi cacciatori pensavamo che in realtà la selvaggina migratoria fosse inesauribile e non ci siamo mai posti (non tutti) il problema della conservazione, ma più che altro della necessità di chiedersi da dove arrivasse tutto quel ben di Dio e se tutto poteva durare in quel modo (calendari, limite giornaliero o stagionale dei pezzi da poter abbattere eccetera). Ma la realtà che mi interessa direttamente, questa volta culminata con la frase: “Tu che cacci a palla non potrai mai capire”, è quella che vorrei chiarire una volta per tutte. Io ho iniziato ad andare a caccia in una “tesa” del Vercellese e per una dozzina d’anni sono riuscito ad accoppiare la passione per gli acquatici (ma anche per allodole, bottacci, sasselli e cesene, cacciate negli immensi meleti sul confine fra la provincia di Torino e Cuneo) con quella nascente per la montagna, vissuta sia con i cani da ferma (tre splendidi setter gordon), sia con la carabina. Essere obbligati ad effettuare una scelta fra la montagna e la nostra splendida tesa (1992), dove avevo vissuto momenti di una tal intensità cinegetica che ancora mi viene la pelle d’oca a pensarci, mi ricordo fu davvero difficile. Difficile e per noi, allora, totalmente incomprensibile, in quanto posti ce n’erano in quasi tutti i CA e gli Atc, e non possedendo il dono dell’ubiquità ci chiedevamo come potevamo far danno se praticavamo una sola caccia in una sola giornata. Le risposte a queste domande vennero quando un po’ tutti ci avvicinammo alla conservazione e alla gestione, praticando cacce eco-sostenibili (anche se ancora adesso qualche volta mi chiedo come mai noi potevamo tirare solo ai germani e a un chilometro alla nostra schiena, in Lombardia, potevano tirare a tutte le specie, sia da tuffo, sia di superficie). Ora mi trovo sovente (va a periodi) a essere bersagliato da alcuni cacciatori che, probabilmente, con i loro attacchi vanno totalmente a caso; io credo che se una specie è palesemente in sofferenza sia giusto cessarne il prelievo fino a quando non si riesca a trovare il perché di questa sofferenza e a porvi rimedio. Dopo di che non vedo cosa osteggi la ripresa della caccia a quella specie. Mi rendo anche perfettamente conto che per quanto concerne la migratoria, vista l’imprevedibilità del passo, sia difficile rimanere bloccati da un carniere giornaliero. Penso che in un mondo perfetto, popolato da cittadini e cacciatori onesti e con una coscienza cristallina, sarebbe meglio dare un carniere stagionale, che il cacciatore può anche estinguere in un solo giorno di passo… In un mondo perfetto… Ancora adesso mi chiedo se mi dia più emozione un cervo che mi bramisce in faccia o la folata di vento provocata da un ciuffo di alzavole che effettua a tutta velocità una passata sul gioco. E ancora adesso, da cacciatore e come tutti i cacciatori con la C maiuscola, mi chiedo come si può essere contro alla caccia alla migratoria?

M.C. di Danilo Liboi & C., editoriale Sentieri di Caccia giugno 2014

 

Tratto da: La caccia.net
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