Lettera aperta all’Assessore Remaschi, al Prefetto di Siena, al Presidente dell’ATC Siena, Associazioni Venatorie, Agricole ed Ambientaliste

Pubblicato il 2 maggio 2017 in Comunicati Enrico Già letto 294 volte

La Regione Toscana possiede un patrimonio paesaggistico, storico, faunistico e ambientale apprezzato in tutta Europa; non è così per grazia ricevuta, ma perché coloro che l’hanno abitata fino ad oggi, l’hanno plasmata e resa tale. Il punto di forza è la sua varietà, che vuol dire anche cultura, abitudini e sfruttamento delle risorse in modo diverso e sostenibile.
Gestire nel modo migliore un patrimonio del genere implica anche il rispetto delle esigenze locali.
La tutela e gestione delle risorse faunistiche, fino ad oggi e non a caso, erano sì compiti affidati ad una legge regionale, ma regolamenti, delibere e disciplinari provinciali, atti alla sua applicazione, erano frutto di continui incontri, discussioni e aggiustamenti condivisi fra i vari portatori di interessi, da cui derivavano risultati diversi in ciascuna delle 10 province e delle 19 ATC toscane. Questo non avveniva per ambizione di essere ciascuno più bravo di altri, ma semplicemente perché le esigenze del territorio e dell’agricoltura richiedevano approcci diversi in luoghi diversi.
Con il trasferimento dei poteri amministrativi dalle Province alla Regione Toscana, invece di valorizzare tutto quello che c’era stato di positivo, è stato in alcuni casi “gettato via il bambino con l’acqua sporca”.
Nonostante l’impegno profuso dalla Regione Toscana nell’approvazione di nuove leggi, la situazione degli ATC appare oggi caotica, vuoi per il pronunciamento della Corte costituzionale, vuoi per l’andamento del referendum abrogativo sulle riforme costituzionali. Per esempio in provincia di Siena siamo passati da tre ATC ad una, a cui è seguito il commissariamento, per poi passare a due ATC, forse….
Risulta inoltre incomprensibile il modo in cui dovranno essere nominati i nuovi comitati di gestione e quali saranno gli organi di controllo preposti.
Da un simile contesto, anche se a qualcuno farà sicuramente comodo, potrà derivare solo confusione, dal momento che non saranno direttamente coinvolte le persone che operano e vivono il territorio, ma le nomine verranno decise dalle rappresentanze delle singole categorie, che spesso hanno idee molto diverse da quelle dei propri associati.
La nostra opinione è che l’idea di demolire la casa vecchia prima di costruire quella nuova, abbia dato risultati perlomeno incerti e approssimativi.
Se è vero che la Legge obiettivo è transitoria e la sua durata non dovrebbe andare oltre il 2018, è altrettanto vero che per essere applicata avrebbe necessitato dell’emanazione dei Regolamenti attuativi da parte della Regione stessa, ma molto probabilmente si arriverà alla sua naturale scadenza, senza traccia di tali regolamenti. Ciò ha comportato sino ad oggi (e così sarà nei prossimi mesi) “lo scarico” delle responsabilità sugli ATC, che non sono preparati a fare le veci del legislatore e danno l’impressione di navigare a vista, nel disperato tentativo di accondiscendere alle pressanti richieste, provenienti dall’alto, di conseguimento di improbabili obiettivi.
Riteniamo che sarebbe quanto mai opportuno, nei limiti del possibile, sollevare gli ATC dall’incombenza di regolamentare in sostituzione della Regione, atteso che ciò ha comportato sino ad oggi, almeno per quanto riguarda gli ungulati, iniziative fantasiose e deleghe spesso irrealizzabili, ai soggetti che operano sul territorio.
A nostro avviso, se la Regione vorrà ristabilire una condizione minimamente accettabile, dovrà anzitutto provvedere a dividere con chiarezza la gestione del cinghiale da quella degli altri ungulati differenziando i tempi di caccia di selezione dei suidi da quelli dei cervidi, in maniera da lasciare ai distretti di caccia di selezione dei cervidi e bovidi, che sono già organizzati sul territorio, la gestione di questi animali; ciò renderà più semplice gestire le due famiglie utilizzando lo stesso spazio ma in tempi diversi.
Generalizzare sulla gestione di specie tanto diverse, come è stato fatto, solo perché appartengono allo stesso ordine, non ci è sembrata affatto una brillante idea.
Venendo più specificatamente al nostro territorio, e per quanto sopra riportato, l’ATC Siena sembra vivere alla giornata. Esemplare è quanto avvenuto il 3 febbraio u.s., quando i presidenti dei distretti della caccia di selezione ungulati, sono stati convocati dall’ATC Siena per le seguenti comunicazioni:

  1. La Regione Toscana ha deciso di trasformare la caccia di selezione, in una caccia di massa (un’altra delle tante caccie di massa che hanno contribuito a distruggere l’immagine dei cacciatori, ci verrebbe da dire).
  2. Sono stati abilitati alla selezione del solo cinghiale circa 500 nuovi cacciatori.
  3. L’ATC, ha assegnato questi soggetti ai distretti in base alle domande, senza tenere conto delle disponibilità territoriali delle zone non vocate per tale specie.
  4. I distretti devono provvedere alla loro sistemazione, assegnando loro gli appostamenti, le fascette e tutto l’occorrente per espletare la selezione entro una quindicina di giorni.
  5. Nel breve periodo saranno abilitate altre 400 persone e sarà cura dei distretti organizzare la loro sistemazione.
  6. Su 30 distretti di caccia di selezione dei cervidi e bovidi dell’intera provincia di Siena, 19 sono considerati area problematica per il capriolo.
  7. Le aree problematiche comprendono interi distretti e la gestione non cambia rispetto al passato. La differenza sarà “soltanto” nella percentuale di estrapolazione dalla consistenza utilizzata per calcolare il nuovo piano di prelievo. Il piano di prelievo per questi distretti problematici (si sta parlando più o meno del 60% del territorio della provincia di Siena) passerà dal 20% della consistenza stimata, al 50% o addirittura al 60%.

Se è vero che il 72% del totale dei danni sono dovuti al cinghiale, non comprendiamo questa criminalizzazione nei confronti del capriolo, cui viene attribuita una percentuale di danni pari al 17% del totale, oltretutto quasi esclusivamente a carico delle zone protette, dove i selecontrollori non hanno alcuna possibilità d’intervento.
Quando saranno assegnati piani di prelievo di tale spropositata quantità, con evidente impossibilità di portarli a compimento, cosa accadrà ? si spingeranno fino a chiederci di concorrere al pagamento dei danni? Oppure si sperimenteranno soluzioni diverse, come la girata e braccata su cervidi e bovidi? Sarebbe necessario fossero fornite risposte chiare a questi quesiti.
Ovviamente i distretti si sono dichiarati nell’impossibilità di assolvere alle richieste dell’ATC in un arco di tempo così ristretto.
In alcuni distretti, i dictat dell’ATC hanno comportato il raddoppio del numero degli iscritti, nonostante non vi sia un’adeguata capienza dell’area non vocata al cinghiale!
Molte zone non vocate, si trovano in territori di pianura e bassa collina, fortemente antropizzati, a ridosso di centri abitati, aree commerciali, agriturismi, strade, ferrovie e zone industriali.
È già difficile trovare soluzioni, in condizioni di sicurezza, a cacciatori di selezione dei cervidi e bovidi ben preparati, con posizioni di tiro spesso rialzate e con barriere naturali utili a contenere l’impatto delle palle, com’è possibile che si possa gestire una quantità esagerata di persone, metà delle quali hanno sostenuto, senza nemmeno un percorso didattico-formativo adeguato, solo un esame con 10 quiz, ridotto a pura formalità (ricordate il dictat? selezione = caccia di massa), senza la conoscenza e la preparazione necessaria di come funziona un distretto? Come e dove potranno andare a caccia questi soggetti, senza regole, controllo e sanzioni?
Altra questione è quella degli interventi di contenimento ex art. 37 in territorio a caccia programmata: ultimamente si sta verificando che durante la caccia di selezione ai cervidi e suidi, nello stesso luogo e nello stesso giorno consentito alla caccia, ribadiamo in territorio libero e non in strutture, vengono autorizzate operazioni di contenimento (ovvero i cosiddetti Art. 37), senza che sia preavvertito nemmeno il presidente del distretto di selezione di competenza.
A nostro avviso, per ragioni di sicurezza, gli interventi in regime di controllo devono tornare ad essere effettuati esclusivamente nei giorni di silenzio venatorio ovvero di martedì e venerdì, quando le altre forme di caccia sono chiuse. Troviamo veramente singolare che gli interventi in art. 37 vengano effettuati anche di sabato e domenica e ci chiediamo quali siano le reali motivazioni che hanno determinato tale scelta.
Oltretutto, al convegno organizzato dalla nostra Associazione il 7 maggio 2016 a Casetta, il Dott. Marco Ferretti, in rappresentanza della Regione Toscana, tenne a precisare, ed anche con una certa enfasi, che la caccia di selezione al cinghiale avrebbe consentito di evitare continui interventi di contenimento e conseguenti denunce delle associazioni ambientaliste che ravvedevano in tale attività un abusivo proseguimento della caccia in periodo di divieto.
Oggi siamo al punto di partenza, anzi peggio: le squadre svolgono una tale quantità di interventi di contenimento, al di fuori dei territori vocati a loro assegnati ed in periodo di chiusura della caccia al cinghiale in braccata, da apparire ai più, un evidente proseguimento della loro normale attività venatoria.
Suggeriamo di tenere in considerazione che non andiamo a caccia con la fionda, e che anche in virtù dei recenti gravi incidenti avvenuti proprio durante interventi in art. 37 inopinatamente autorizzati (camionista ferito al volto da una fucilata a palla, sulla Autopalio Siena Firenze, in località Badesse, in data 26 agosto 2016), effettuare interventi di contenimento in luoghi prossimi ad insediamenti urbani, strade ed in territorio libero negli stessi giorni in cui può essere praticata la normale attività venatoria, fa venir meno i requisiti minimi di sicurezza.
Oltretutto tali interventi sono incomprensibilmente affidati al controllo di guardie volontarie non sempre preparate, mentre la Legge 157 all’art. 19 comma 2, recita: “Tali piani devono essere attuati dalle guardie venatorie dipendenti dalle amministrazioni provinciali.”
Rammentiamo che, nelle regioni in cui associazioni ambientaliste sensibili a questi temi hanno denunciato pratiche analoghe, il giudice ha provveduto a bloccare ogni intervento di controllo difforme da quanto riportato nella Legge 157.
Infine riteniamo utile affrontare in questa sede, il rapporto tra il mondo agricolo e la caccia: esclusa qualche “pecora nera”, il rapporto con gli agricoltori, per esperienza diretta, è sempre stato di piena collaborazione con il mondo venatorio, mentre non possiamo sostenere la stessa cosa per i loro rappresentanti di categoria, i quali sembrerebbero non cogliere i bisogni e le esigenze dei loro iscritti al pari dei rappresentanti delle associazioni venatorie.
Ed infatti avremmo capito una richiesta diretta ad ottenere un contributo per tenere pulite le zone a basso rendimento agricolo che, lasciate incolte si trasformano in rimesse ideali per i cinghiali, piuttosto che il diritto di prelazione sulla caccia nei terreni dei loro associati, cosa che oltretutto interessa soltanto una piccola minoranza di loro; minoranza che, peraltro, spesso non intende attuare opere di prevenzione, anche se offerte a titolo gratuito, e soprattutto non intende mai, in alcun caso, rinunciare ai rimborsi dei danni in cambio della prelazione : danni che, come è noto, sono pagati con i soldi dei cacciatori.
Ci permettiamo di dubitare della legittimità di tale previsione che crea disparità tra il proprietario del fondo che ha diritto di prelazione sulla selvaggina, risorsa indisponibile dello stato, ed il cacciatore che pure ha svolto percorsi formativi anche complessi, ha ottenuto tutte le autorizzazioni necessarie e paga ogni anno dei bei soldi allo Stato per esercitare la sua passione.
Se in una proprietà ci sono un certo numero di appostamenti, ed il proprietario/conduttore non è una persona ragionevole e va ad interferire, o peggio, entra in aperto conflitto con i cacciatori titolari degli appostamenti, sorgeranno inevitabili tensioni e incomprensioni dalle conseguenze imprevedibili. Rammentiamo che, ad oggi , l’art. 842 del codice civile che consente ai cacciatori di svolgere l’attività venatoria nei terreni di proprietà altrui, è ancora in vigore e gode di ottima salute.
In conclusione, è nostra opinione che la Regione Toscana potrà nuovamente contare sulla massima collaborazione dei cacciatori se mostrerà di gestire il territorio in modo disinteressato e trasparente, valorizzando le esperienze positive trascorse, dotando tutti di regole certe a cui corrispondano altrettante sanzioni per i trasgressori ed un serio controllo del territorio affidato ad operatori professionalmente preparati; scegliendo le persone giuste alla guida degli ATC, privilegiando coloro che vivono realmente il territorio, facendo a meno dei burocrati, e soprattutto se darà la possibilità ai distretti di gestire la caccia di selezione in sicurezza, in base alle disponibilità ed alle caratteristiche del territorio.

Distinti saluti

Per URCA SENESE
Il Presidente
Silvio Debolini

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