per gentile concessione della rivista Sentieri di Caccia & Cacciare a Palla.

In questo articolo l’autore effettua una disamina sulle attrezzature e analizza le varie tecniche per cacciare in modo proficuo gli ungulati con l’arco; non manca una prova comparativa sulla penetrazione delle frecce da caccia e le palle per carabina e armi lisce, dalla quale scaturisce un risultato inaspettato

testo e foto di EMILIO PETRICCI

Baldo, annoveriano di proprietà di Alessandro Tatini, alla guardia dello zaino e dell’arco dell’autore

Baldo, annoveriano di proprietà di Alessandro Tatini, alla guardia dello zaino e dell’arco dell’autore

La scelta dell’arco per la caccia è prima di tutto una scelta di vita:  usare un arco, soprattutto nella caccia agli ungulati, significa sacrificare tanto tempo a questa attività; tempo per mantenersi allenati e pronti a scoccare quell’unica freccia, tempo per la ricerca della preda e per il suo avvicinamento, tempo per studiare un posto idoneo dove tendergli un agguato. Una caccia che comporta tanti sacrifici, ma che per le emozioni che regala diventa, per chi la pratica, una sublimazione dell’attività venatoria. Una caccia fatta di solitudine e di silenzio, di pazienza, di movimenti lenti, di tanta osservazione, di molta umiltà, di molte delusioni, di scarsi carnieri, ma anche di emozionanti incontri ravvicinati; che grande gioia riuscire ad avere ragione su un selvatico entrando nel raggio dei suoi sensi, un’emozione tanto grande da far passare in secondo piano anche l’abbattimento. L’arco è talmente vecchio da far parte del nostro inconscio, ma anche in questo campo la tecnologia è arrivata e ha colmato quelle lacune che l’arco antico aveva. La tecnologia che, cambiando solo i materiali e poco altro, ha trasformato l’arco tanto da fargli superare le armi da fuoco a canna liscia sia per precisione che per penetrazione, ma che gli ha lasciata intatta la sua magia originale: il volo silenzioso di una freccia.

Baldo su traccia artificiale

Baldo su traccia artificiale

IL PROGETTO INIZIALE NON È  CAMBIATO, I RISULTATI SÌ

Ho fatto questo preambolo per presentare l’arco, soprattutto l’arco moderno, il quale, partendo dal progetto originale, tanto antico e diffuso da non sapere nemmeno a chi o a quale popolo attribuirne l’invenzione che prevedeval’utilizzo di un semplice pezzo di legno che, piegato e teso tramite una corda, serviva da propulsore alla freccia, è arrivato ai nostri giorni in cui, sfruttando le attuali conoscenze e le moderne tecnologie, sono stati costruiti archi che uniscono potenza e precisione, con risultati davvero inimmaginabili. L’evoluzione dell’arco è iniziata già molto tempo fa, quando i nostri antenati hanno scoperto che abbinando al legno altri materiali come il corno o i tendini degli animali, si ottenevano dei risultati nettamente superiori rispetto all’utilizzo del solo legno; si può quindi dire che l’arco si è evoluto insieme all’uomo. Ma è solo in epoca recente che, grazie a una intuizione di Wilburn Allen, un cacciatore/arciere che per primo ha sperimentato l’utilizzo di ruote eccentriche poste sui flettenti degli archi, siamo arrivati agli archi moderni, che sfruttando il lavoro di apposite camme, riescono a far volare le frecce a velocità impensate in precedenza e che riescono a colpire con precisione bersagli a distanze considerevoli. Naturalmente, anche i materiali costruttivi delle frecce, nel tempo, hanno subito notevoli trasformazioni: partendo da semplici bacchette di legno con fissate in punta delle scaglie di osso o di selce, siamo arrivati ad avere aste in carbonio con punte con lame affilatissime. Quindi, mentre in origine le frecce da caccia impiegavano parecchio tempo per portare il selvatico colpito alla morte, i mezzi attuali fanno si che le punte provochino un danno talmente grande da far crollare sul posto, o comunque entro un raggio di pochi metri, anche l’animale più coriaceo. Se ci pensiamo bene è un po’ la storia delle armi da fuoco, in principio non molto precise, di poca gittata e non molto performanti, sino ad arrivare alle odierne armi che, grazie alle moderne tecnologie, sono diventate potenti, precise e con un altissimo potere d’arresto. Solo che la storia dell’arco è molto più vecchia e quindi molto più radicata nei nostri geni, perché nasce insieme con l’animale/uomo, che per sopravvivere deve predare (e difendersi), competendo con una natura che lo ha privato dei mezzi naturali propri dei predatori, ma che in cambio gli ha concesso il dono (non sempre sfruttato…Wink dell’intelligenza.

L’ARCO MODERNO: PRECISO, POTENTE E LETALE

Montaggio di un un tree stand

Montaggio di un un tree stand

Gli archi moderni hanno la possibilità di essere dotati di mirini e sganci meccanici, che li rendono precisi e affidabili,tanto che entro i 50 metri qualsiasi arciere con un po’ di esperienza è in grado di ottenere rosate sotto i 15 centimetri. Le frecce tirate da questi potenti archi sono in grado di penetrare e rompere anche ossa importanti come la scapola ela spina dorsale, e proseguire la loro corsa creando danni importanti agli organi interni. Per provare, con dei test, quanto appena affermato e per comparare le prestazioni delle frecce con quelle dei fucili, abbiamo filmato (insieme con l’amico Paolo Pasquini) un esperimento che è consistito nel tirare con armi da fuoco e con un arco su un bersaglio costituito da un secchio da 15 litri (di quelli che normalmente contengono la pittura murale) pieno di sabbia, posto alla distanza di 20 metri. Per la nostra prova abbiamo utilizzato le seguenti armi:

  • carabina cal. 270 Winchester;
  • carabina cal. 308 Winchester;
  • - carabina cal. 30/06 Springfield;
  • - carabina cal. 44 Remington Magnum;
  • - fucile calibro 12 con cartuccia
  • a palla tipo Brenneke;
  • - arco compound Hoyt mod. Ultratec da 70 libbre dotato di frecce con asta in carboniodella Carbon Express con punte a quattro lame Muzzy.

RISULTATI DELLA PROVA

In nessun caso i proiettili hanno attraversato il secchio e la sabbia, ma sono stati tutti recuperati nella sabbia stessa, mentre la freccia non solo ha trapassato il secchio di sabbia, ma ha avuto la forza necessaria per potersi infiggere per circa 15 cm nel terrapieno retrostante il bersaglio. Per completare il nostro esperimento abbiamo sostituito la sabbia con acqua ed abbiamo avuto i seguenti risultati:

  • tutte le carabine hanno letteralmente fatto esplodere il secchio con la sola esclusione della 44 Rem. Mag. che, pur disintegrandolo, non ha avuto l’effetto plateale delle altre;
  • il fucile a canna liscia, caricato con cartuccia a palla tipo Brenneke, ha rotto il secchio in diverse parti, ma non lo ha fatto esplodere;
  • la freccia ha attraversato il contenitore facendo versare il liquido, ma non creando nessun altro tipo di reazioni.

In base a questo semplice test possiamo quindi affermare che la freccia si avvantaggia di un potere di penetrazione superiore, in determinati materiali, rispetto alle armi da fuoco, ma che possiede poco potere di arresto, che è in gran parte dipeso dallo shok idrodinamico che è proprio delle carabine (il secchio d’acqua che esplode ne è la prova). In questo test il peggiore di tutti gli “attrezzi” si è dimostrato il fucile a canna liscia, che non ha la forza di penetrazione dell’arco e nemmeno il potere d’arresto delle carabine.

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La freccia ha appena attraversato il secchio e si è infissa nel terreno; si noti la sabbia che esce dai due fori

La freccia ha appena attraversato il secchio e si è infissa nel terreno; si noti la sabbia che esce dai due fori

UNGULATI CON L’ARCO: UN’ARTE ANTICA PER UNA GESTIONE CORRETTA E MODERNA

Dopo aver visto le possibilità offerte dall’arco dobbiamo trasferirle sulla caccia, che per questo mezzo si riassume in queste semplici e basilari norme:

  • il tiro si può effettuare solo su un selvatico fermo, o in leggero movimento, comunque sempre in posizione tale da consentire alla freccia di colpire le parti vitali: cuore, fegato e polmoni;
  • non si tira mai a distanze superiori a 30 metri; anche se gli archi moderni sono precisi sino a 100, è impensabile il loro uso a caccia a questa distanza, per il semplice motivo che è elevato il rischio di ferimento (niente di differente all’uso improprio delle carabine, con tiri azzardati a distanze impossibili).

Inoltre, la vera sfida per il cacciatore/arciere consiste nell’arrivare vicino al selvatico, cioè ben dentro la sua zona di allerta; per chi vuol tirare a distanze superiori, l’arma più appropriata è la carabina. La caccia con l’arco è una scelta, non un esigenza, perciò chi intende cacciare con questo mezzo deve accettarne i limiti. Certo è che quei momenti

Appostati in una forra

Appostati in una forra

passati dentro una “forra” o su un tree stand in compagnia di un arco, aspettando quel gesto fatidico, quel sibilo sommesso che da solo ti ripaga di tutti i sacrifici, sono davvero istanti di autentica scuola di vita, dove si impara a conoscere prima di tutto se stessi, le proprie capacità, le proprie reazioni e i propri difetti. L’arco è per certi versi impietoso: ti costringe a metterti sempre in discussione, ti obbliga a imparare ad osservare tutto, ad approfittare di tutto ciò che l’ambiente ti mette a disposizione; ti obbliga, in poche parole, a diventare un predatore, per questo devi imparare a ragionare e a muoverti come tale, con semplicità, fino a riappropriarti del tuo ruolo nella natura. L’arco è un mezzo di caccia con un bassissimo impatto ambientale e culturale, infatti, mentre in tante persone è insita l’avversione verso le armi da fuoco, la stessa non si manifesta nei confronti dell’arco, ed è quindi il sistema più idoneo per attuare i piani di controllo all’interno di particolari zone, come come i terreni rurali siti in prossimità di agglomerati urbani, e/o le zone di protezione, dove bisogna ridurre al minimo il disturbo. In un’ottica di moderna gestione, dove non si tira a tutto perché si deve scegliere attentamente il capo da abbattere (specie, sesso e classe d’età), l’arco è uno strumento adattissimo in quanto, alle distanze in cui viene usato, è semplice poter apprezzare tutte le caratteristiche dei selvatici e leggerli in modo adeguato.

SISTEMI DI CACCIA CON L’ARCO: APPOSTAMENTO, CERCA E GIRATA

1) Appostamento: la caccia da appostamento è sicuramente quella che rende di più, soprattutto se praticata da tree stand, poiché, essendo posizionati in alto, oltre a un ottimo mimetismo olfattivo avremo anche il vantaggio di poter tendere l’arco senza che la nostra preda si accorga del movimento, che è poi il momento più delicato di tutta l’azione. Oggi esistono in commercio anche degli ottimi blind da posizionare a terra, leggeri e facili da montare; l’unico problema è che vanno istallati con diversi giorni di anticipo per permettere agli animali di abituarsi alla loro presenza. Un’altro aiuto ci viene offerto dai vestiti mimetici; io ho riscontrato, però, che non c’è alcun bisogno di vestirsi da Rambo, ma che basta indossare un vestiario non rumoroso e di un colore della stessa tonalità dell’ambiente, una mascherina per spezzare l’ovale del viso e praticamente diventiamo invisibili ai selvatici; quello che più conta è il nostro comportamento: un gesto sbagliato o fatto fuori tempo e viene vanificato tutto, pertanto è l’immobili tà che ci rende veramente mimetici. In alcuni territori è possibile sfruttare anche ripari naturali (sono i migliori, perché non modificano in nessun modo il luogo dell’attesa), tipo un grande masso, un tronco cavo, un cespuglio di rovo o di edera che permettano di essere svuotati per ricavare una nicchia o un qualsiasi altro riparo che possa essere sfruttato vantaggiosamente. In questi casi è molto importante la scelta della posizione: in generale è sempre meglio essere posizionati in alto, per esempio in un punto di risalita da un vallone o da un fosso; è sempre opportuno avere le spalle coperte da qualcosa e mai stagliarsi contro cielo, proprio per evitare di venire notati durante i nostri eventuali movimenti. La caccia da appostamento può essere effettuata nei luoghi di pastura o in quelli di transito; i secondi danno migliori risultati anche perché più facilmente controllabili e in secondo luogo perché, nel bosco, gli animali si muovono molto prima che nei territori aperti, consentendoci un maggior periodo proficuo di attesa.

2) Cerca: se la caccia da appostamento è la più proficua, la cerca è sicuramente la più affascinante. Per avere successo in difficile pratica è necessaria un’ottima conoscenza del territorio, molto lavoro di preparazione dei percorsi, nonché una assidua frequentazione dei luoghi in cui intenderemo cacciare, in modo di avere una sorta di lascia passare che, in azione, farà la differenza. Spiego meglio che cosa intendo per lascia passare: è appurato che le normali attività non ostili dell’uomo, come possono essere i lavori agricoli, non creano particolare allarme nei selvatici, purchè siano ripetuti nel tempo e quindi facilmente interpretabili come azioni non pericolose nei loro confronti. Per ottenere ciò è obbligatorio frequentare molto il nostro territorio di caccia; le scuse possono essere molteplici: preparazione dei sentieri, passeggiate, fotografie ecc., l’importante è non assumere mai un atteggiamento sospetto, quindi non curarsi particolarmente dei rumori prodotti, del vento e dei movimenti, che dovranno essere il più possibile naturali e casuali. Se facciamo tutto questo frequentemente verremo considerati non ostili dai selvatici di quel territorio e pertanto la nostra presenza non creerà particolari allarmi quando ci recheremo negli stessi luoghi con il nostro arco; comunque, la cosa è più facile a dirsi che a farsi, in quanto ci vuole molto a far credere agli animali che non siamo pericolosi e pochissimo a fargli cambiare idea. Però, quando tutto funziona, è veramente una cosa eccezionale ed emozionate avvicinarsi a un animale che sta svolgendo le sue normali attività; ci fa sentire veramente dei predatori completi e un’azione portata positivamente a termine in questo modo non ha eguali.

3) Girata: un’altra forma di caccia molto idonea ad essere effettuata con l’arco è la girata, che proprio per la sua caratteristica di muovere gli animali senza forzarli è un’ottima soluzione, intermedia tra la cerca e l’appostamento e, in determinati ambienti, sicuramente una valida alternativa sia in termini etici che di risultati. E’ possibile mettere in atto questo sistema solo se si fa parte di un gruppo di arcieri molto affiatati, se ci si può avvantaggiare della presenza di un conduttore con un cane specializzato e di almeno una persona esperta che funga da capo caccia e che conosca bene non solo le rimesse dei selvatici, ma anche le loro vie di fuga principali, in modo da poter piazzare le poste in modo idoneo.

IL RECUPERO DELLA PREDA

Come ogni cacciatore di ungulati, anche l’arciere deve porsi il problema della tracciabilità della preda una volta effettuato il tiro, anche perché non è raro che il selvatico si allontani dal punto di impatto; in questo caso, dopo aver atteso il tempo necessario per non segnalare la nostra presenza (circa una mezzora), dovremo analizzare il sangue e tutti gli altri reperti trovati nel punto di impatto, quindi tentare di rintracciare la preda. In questo lavoro l’arciere ha due grossi vantaggi sul cacciatore con il fucile: il primo è che quasi sempre si riesce a vedere il punto di impatto della freccia e di conseguenza capire dove si è colpito; il secondo è che normalmente una ferita causata da una freccia

L’autore con il suo compound

L’autore con il suo compound

produce un sanguinamento molto più abbondante rispetto ad una inferta con le armi da fuoco. Bisogna comunque fare attenzione a come ci muoviamo, per evitare di cancellare o di pasticciare involontariamente i segni di caccia o di inquinare la pista compromettendo l’eventuale lavoro del cane da traccia. Se nel giro di poche decine di metri non troviamo la preda, bisogna far intervenire sempre il cane da traccia, anche perché in quel caso è quasi certo che qualche cosa è andato storto e quindi, prima di compromettere tutto, è meglio affidarsi ad uno specialista che possegga dei mezzi molto superiori ai nostri. L’uso del cane da traccia deve essere sempre previsto quando si parla di gestione di ungulati; anche se è impensabile che ogni cacciatore ne possegga uno (sarebbe anzi deleterio, in quanto un gran numero di cani a disposizione porta inevitabilmente alla non specializzazione di molti soggetti per via del poco lavoro), è auspicabile che tutti i cacciatori, anche quelli che cacciano con la carabina, prima di uscire sappiano a chi potersi rivolgere per avere questo indispensabile servizio. Inoltre chi, come il sottoscritto, possiede un ausiliare di questo tipo, sa che se il cane è corretto e c’è un buon feeling può essere anche un valido aiuto per tutta l’azione di caccia, soprattutto nella cerca, dove avere il proprio amico che cammina silenzioso al fianco e che ti segnala senza fare il minimo rumore la presenza di selvatici, senza intralciarti nella fase conclusiva, è ciò che può fare veramente la differenza.

Per info: Emilio Petricci 336 603232, petricci.emilio@libero.it

Arcicaccia Toscana 055 368813, 055 368487, info@arcicacciatoscana.it

S.A.C.T. (Società Amatori Cane da Traccia), segretario Amedeo Serraino 347 8798083


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