I cinghiali dello zi’ Gino
per gentile concessione della rivista Sentieri di Caccia & Cacciare a Palla.
I consigli dei vecchi andrebbero sempre ascoltati bene, specialmente quando si parla di caccia…
testo e foto di EMILIO PETRICCI
La caccia in Toscana è sempre stata un’arte tramandata da una generazione all’altra, dove i vecchi hanno sempre avuto un ruolo importantissimo: quello di insegnare ai più giovani, che purtroppo non sempre sono disposti a seguire i consigli. Come me che, arrivato a 50 anni e a 34 licenze di caccia, pensavo di sapere tutto e quindi non ho ascoltato bene le parole di un vecchio saggio e mi sono salvato da una figuraccia incredibile solo per una buona dose di fortuna. Da quando avevo 16 anni, con la prima licenza di caccia in tasca, ho cominciato a seguire lo zio Gino nelle sue battute di caccia alla lepre. Insieme abbiamo cacciato anche altra selvaggina come fagiani e cinghiali, ma la sua vera passione venatoria era ed è rimasta sempre la caccia alla lepre con i segugi. Da lui ho imparato a cacciare e soprattutto anche il comportamento a caccia, sia verso le prede, sia nei confronti dei colleghi cacciatori. Per quelli della mia generazione la caccia era una vera e propria palestra di vita. E passare l’età adolescenziale con la guida costante di queste persone ci serviva non solo a imparare la nobile arte, ma anche e soprattutto a vivere in modo corretto nella natura e con tutti i suoi abitanti. Naturalmente, come tutti i ragazzi, combinavamo le nostre marachelle, ma c’era sempre con noi un adulto che era il nostro punto di riferimento e che all’occorrenza ci correggeva, a volte anche con metodi un po’ rustici”, ma sempre a fin di bene. Dopo tanti anni mi ricordo ancora lo scappellotto che mi presi quando sparai a un falchetto che aveva avuto l’ardire di passarmi a tiro. La brontolata con annesso “scapaccione” era sì per il fatto che si trattava di un animale “proibito”, ma soprattutto perché la mia era stata una violenza gratuita e priva di senso, come sottolinearono tutti i compagni di caccia che uno a uno mi sfilarono davanti scuotendo il capo in un muto rimprovero forse più pesante di tanti ceffoni.
La squadra dello zio era composta tutta da agricoltori che, nella loro semplicità di persone abituate a vivere in campagna, rifuggivano nel modo più assoluto la violenza senza motivo. E perché io non dimenticassi lo sbaglio, il mio babbo, che aveva raccolto lo sfortunato volatile e lo aveva fatto imbalsamare, un giorno me lo consegnò davanti a tutti dicendomi “tieni, mettilo in un posto nd’ove tu lo possa vedè spesso”. E io, che avevo capito la lezione, misi il falco sopra la fuciliera, in modo che il mio sguardo cadesse su di lui tutte le volte che partivo per la caccia. Devo dire che quell’esperienza mi è servita molto, perché da allora ho sempre considerato la vita di ogni creatura con il massimo rispetto. La vicinanza di queste brave persone, che mi hanno fatto crescere in modo sano e naturale, mi ha sicuramente indirizzato in maniera giusta nella vita. E cacciando insieme, nonostante la differenza di età, si è creato un solido rapporto di amicizia e di rispetto reciproco che resiste tuttora. Con lo zio Gino, poi, è nato un feeling veramente importante, tanto che, da quando ha attaccato al chiodo la sua doppietta per via degli acciacchi dell’età, è diventato uno dei confidenti di tutte le mie imprese di caccia e da quando è mancato il mio babbo è solo a lui che racconto tutte le mie speranze e le mie delusioni che la nostra comune passione mi fa vivere. Pur abitando a poche centinaia di metri, non ci vediamo spesso e in genere lo zio, ben sapendo quanto sia frenetica la vita di oggi, non mi chiama mai per parlarmi di caccia, anche se sono certo che aspetta con ansia tutti i momenti che posso passare con lui per parlare delle nostre cose, in modo che, attraverso i racconti delle mie uscite, riusciamo a rivivere insieme ancora le emozioni delle nostre passate corse dietro ai cani su per le piagge del Poggio Fogari, per i camponi di Prataspei o per gli sterrati del torrente Seggi.
SOLO UNA VOLTA…
… lo zio mi ha telefonato per parlarmi di caccia. Lo scorso inverno, una sera mi ha riferito della strana chiamata, dicendomi che lo zio Gino mi voleva vedere per parlami di cinghiali. Lì per lì non ho dato molto peso alla cosa e non ci
ho pensato più fino a quando, dopo qualche giorno, ho ricevuto la seconda telefonata; allora mi sono davvero preoccupato e sono corso da lui. Pensavo che non stesse bene e invece l’ho trovato tutto allegro ed emozionato e, dopo avermi portato sul terrazzo di casa sua, mi ha indicato il ginestraio de Le Querci; parlando sotto voce, con tono da cospiratore, mi ha comunicato che un branchetto di cinghiali si era stabilito lì e che passavano nei suoi olivi per andare in pastura nel bosco di Sala. Il ginestraio del podere Le Querci è un impenetrabile groviglio di rovi, pruni e
ginestre, che piano piano hanno preso possesso dei campi a terrazza in cui da giovane andavo a sparare a merli e tordi che erano abbondanti nelle siepi, soprattutto quando tirava il vento di tramontana. A quei tempi i campetti venivano coltivati da Pio, un vecchio agricoltore che viveva nel podere; poi, dopo la sua scomparsa, sono stati abbandonati perché non adatti a essere lavorati con i moderni trattori e da allora i vecchi muri, che per tanto tempo avevano sostenuto il terreno arato dai buoi di Pio, si erano arresi all’avanzare di quella marea verde che li aveva sommersi. Non era la prima volta che qualche cinghiale occupava quel ginestraio, che aveva il vantaggio, oltre a quello di essere riparato dai venti freddi, di essere incuneato tra strade e case, tanto da rendere impossibile scioglierci le mute dei cani. Entrarci, poi, per gli umani è praticamente impossibile e quindi io, senza pensarci troppo, avevo archiviato la cosa come irrealizzabile. Alcuni giorni dopo il nostro incontro, lo zio mi ha telefonato di nuovo per sollecitare il mio intervento (altrimenti ci avrebbe pensato lui…) e quando ho ribattuto che era impossibile stanarli da lì, lui mi ha risposto candidamente: “Ma un te l’ho detto che passano negli olivi?” “Sicuramente usciranno a buio” continuai. “Certo, come no, a notte fonda! Bischero che un sei altro, passano tutte le sere prima delle cinque! Oh che pensavi che ti invitassi al balzello! Eppure te lo sai bene che io un l’ho mai fatto”. Che stupido ero stato a non aver avuto fiducia nello zio; se mi aveva chiamato, era segno che sapeva che la cosa era fattibile. E quindi sono corso nuovamente da lui e dalla finestra dove tutte le sere aspettava il passaggio degli animali, mi ha indicato il vistoso trattoio che passava sotto una terrazza del terreno per scomparire nel bosco del podere Sala.
UN AGGUATO CON L’ARCO
Guardando quel pendio coperto di rovi mi sono reso conto che era un posto ottimo per tendere un agguato con l’arco. Alla storia dell’arco lo zio ha storto un po’ il naso, forse si sarebbe sentito più sicuro della doppietta caricata a terzarole, come si usava ai suoi tempi. Come quando, da ragazzo, lo seguivo a caccia alla lepre e lo guardavo impaziente in attesa di un suo cenno di consenso, mentre la sua Moschina raddoppiava gli abbai, segno inequivocabile dell’imminente scovo, e mi diceva dandomi fiducia “vai dalla cagna”, così anche quella sera, con il suo sorriso franco, mi ha detto semplicemente “vai”. Ho naturalmente telefonato subito a Sebastiano, raccontandogli tutto e fissando per incontrarci lì il giorno dopo. Nel primo pomeriggio siamo scesi nell’oliveto armati di falci e roncole e abbiamo creato un appostamento nei rovi della terrazza e una paratella nel trattoio vicino al bosco. Tornati in casa, ho esposto allo zio il mio piano, che consisteva nel far piazzare Sebastiano nei rovi a una ventina di metri davanti a me perché potesse tirare in sicurezza, con l’accordo che avrebbe lasciato passare i primi cinghiali in modo che così, forse, avremmo avuto la possibilità di tirare quasi in contemporanea a due animali. Lo zio Gino mi ha ascoltato attentamente e poi ha suggerito di metterci tutti e due nei rovi, altrimenti nel trattoio i cinghiali ci avrebbero visti; io però, pienamente convinto della bontà della mia iniziativa, non gli ho dato ascolto. Molto prima delle quattro del pomeriggio Sebastiano ed io abbiamo preso posizione e, mentre ero dietro a quel piccolo nascondiglio, ho lasciato la mente libera di vagare tra le memorie del passato. Quanti ricordi in quei campetti: laggiù, in fondo, vicino al vecchio “lillero primaticcio”, avevo costruito il mio primo capanno di frasche e lo avevo usato per diverse stagioni a danno dei tordi che venivano a mangiare le nere bacche. Proprio da quel capanno una volta avevo sparato a una volpe che incautamente era venuta a cercare le prede che avevo abbattuto. E con commozione il ricordo è andato alla mia mamma Genny, che aveva accettato con orgoglio il dono che il suo ragazzaccio, cacciatore alle prime armi, le aveva fatto trovare per il suo compleanno e da allora la bella pelle brinata della volpe aveva sempre ornato il colletto del suo cappotto. E lassù, in alto, vicino al capanno dell’orto del vecchio Lamberto, ormai completamente coperto dagli arbusti, una volta Brina, il mio primo segugio, regalo di Ardito del Poggetto al Moro, aveva scovato un leprone enorme che avevo abbattuto dopo una corsa a perdifiato per tagliargli la strada. Solo dopo, mentre accarezzavo la mia canina che mordeva la sua preda, mi sono accorto che ero ricoperto di graffi e che mi mancava mezza manica della camicia, perché era rimasta attaccata ai pruni della siepe che avevo attraversato al volo.
L’ARRIVO DEI CINGHIALI
I ricordi hanno continuato ad affiorare nella mia mente, ma gli occhi sono rimasti vigili e andavano in continuazione dall’uscita delle ginestre a Sebastiano che, essendo più in alto rispetto a me, aveva una visione migliore della zona. E, infatti, è stato il suo dito indice puntato verso le ginestre che mi ha segnalato l’arrivo dei cinghiali ancora prima che io riuscissi a sentire lo sfraschiccìo. Dalle ginestre è uscita una vecchia scrofa con il muso completamente bianco, seguita da altri cinque cinghiali. Hanno percorso velocemente una ventina di metri in fila indiana e poi la vecchia capobranco si è immobilizzata di botto guardando verso di me. E’ rimasta ferma qualche secondo per valutare la situazione e poi con un soffio di allarme si è buttata a capofitto verso i campi delle Querci tirandosi dietro tutto il branco. Mi sono alzato da dietro il mio riparo ancora incredulo di come avesse fatto a vedermi e mentre dalla rabbia, con un calcio, disperdevo le frasche della paratela, ho capito che la scrofa non aveva visto me, ma aveva notato l’appostamento. Che ingenuo ero stato, i cinghiali passavano da lì tutti i giorni, era normale che conoscessero il percorso a memoria e notassero subito il mio nascondiglio. E’stato allora che mi sono tornate in mente le sagge parole dello zio (“mettetevi tutti e due nei rovi perché nel trattoio ti vedono“
. Ero talmente arrabbiato con me stesso che subito non ho notato i gesti frenetici di Sebastiano che cercava di avvertirmi che stava arrivando un altro cinghiale.
Appena l’ho visto sbracciarsi verso il ginestraio ho reagito con prontezza e mi sono buttato a terra, e da lì ho visto uscire dalle ginestre un grosso verro che si è fermato ad annusare l’usta del branco e poi, non notando niente di sospetto, probabilmente perché avevo sfatto la parata, è venuto trotterellando verso di noi. Quando gli è passato a tiro, Sebastiano ha teso il compound da 70 libbre e ha scoccato il suo dardo, che non ha lasciato scampo al bestione, che è arrivato davanti a me a ruzzoloni. Non c’è stato nemmeno il bisogno che doppiassi il tiro, in quanto la freccia in carbonio con la punta a tre lame della Montec, scagliata alla velocità di quasi 100 metri al secondo, è penetrata poco sotto la spina dorsale ed è uscita dalle costole in basso, dopo aver attraversato un polmone e il fegato, fulminando il grosso verro praticamente sul posto. Era davvero un cinghiale splendido e possente. Se non fosse stato per il peso (era un bestione di 100 chili) ci sarebbe stato da dire che era un cinghiale di razza maremmana pura. Abbiamo portato con non pochi problemi l’animale nella cantina dello zio e, dopo averlo pesato, ho tirato un sospiro di sollievo: il mio record del cinghiale più grosso abbattuto con l’arco era salvo anche se di soli 13 chili! Avevamo appena finito di appenderlo a una trave per pulirlo, quando lo zio Gino ci ha raggiunti con l’immancabile fiasco di vino per festeggiare. Soddisfatto dell’esito della cacciata e orgoglioso di aver dimostrato allo zio come potesse essere letale un arco, mi sono messo a raccontargli tutta l’azione di caccia che lui aveva comunque già seguito dalla finestra e quando, guardando il grosso verro appeso, ho concluso il mio discorso dicendo “meno male che non ha dato retta alla vecchia, se no ci scappava anche lui…”, lo zio, con il suo solito sorriso stampato sulla faccia, mi ha guardato negli occhi dicendo “eh sì… ai vecchi bisognerebbe dare sempre retta…”











