Il palancone della Ripa
per gentile concessione della rivista Sentieri di Caccia & Cacciare a Palla.
Incontri ravvicinati con un palancone da sogno che stava diventando un incubo…
testo e foto di EMILIO PETRICCI
Nell’agosto del 2006 ho cominciato a usare l’arco per la caccia di selezione e, dopo aver preso i caprioli che mi erano stati assegnati, ho cominciato a inseguire il sogno di abbattere un palancone. Intendiamoci, avrei venduto anche l’anima per avere davanti al mio arco un daino qualsiasi, mi sarebbe bastato e avanzato anche un piccolo, ma è chiaro che, quando si sogna, si sogna in grande e perciò il mio sogno era “lui”. Nel corso delle mie numerose uscite estive qualche daino l’avevo visto, però a distanze sempre superiori agli 80 metri, quindi non avevo mai avuto la possibilità di tirare e comunque “sua maestà” non era mai apparso. E sì che Sebastiano e io sapevamo bene della sua presenza, sia dai segni che lasciava sul territorio, sia dai ripetuti avvistamenti a caccia chiusa. Ormai del palacone del podere La Ripa conoscevamo tutte le rimesse, tutti i pascoli più probabili, tutti i confini del suo territtorio, che, soprattutto nei mesi di ottobre e novembre, percorreva a passo di carica, a volte anche in pieno giorno, e marcava scortecciando cespugli e ginepri nei punti più in vista.
Quando, durante gli amori, era impegnato a marcare, perdeva tutta la sua riservatezza e le numerose volte che l’avevamo incontrato ci guardava con un’aria di sfida e senza nemmeno mostrare una particolare paura, tanto che pensavamo che, prima o poi, pagasse cara questa sua temeraria caratteristica, mostrandosi a qualcuno non rispettoso delle regole. Arrivati a dicembre ho tirato un sospiro di sollievo: il daino era ancora vivo ed era ridiventato praticamente invisibile; di sé lasciava solo delle tracce, nei punti più nascosti che ormai avevo imparato a memoria. Ho passato tutto l’inverno, armato di binocolo, a cercare il palancone della Ripa e solo dopo molte uscite e in modo fortuito sono riuscito nell’intento: avevo visto tante volte un gruppetto di daini, composto da quattro femmine, due piccoli e un fusone, che frequentava abbastanza spesso il campo piccolo, e dalle tracce e dalle fatte avevo avuto più volte il sospetto che ci fosse anche il nostro amico, ma non l’avevo mai avvistato, nemmeno quando avevo fatto buio a sbinocolare ogni anfratto. Alla fine di gennaio 2007, una sera decisi di aspettare il branco sull’altana che, con Sebastiano, avevo costruito su di una quercia in una curva di una vecchia carrareccia, in una posizione davvero strategica per i passaggi che portano al campo piccolo. Aspettare gli animali a distanza ravvicinata a pochi giorni dall’apertura della caccia era rischioso, perché passavano veramente vicino e, se per caso si fossero accorti della mia presenza, sicuramente per diverso tempo avrebbero disertato il pascolo, ma l’emozione di vedere un gruppo di daini a poche decine di metri valeva certamente il rischio.

Il podere La Ripa disabitato da anni; la freccia indica indica l'ubicazione dell'altana della quercioletta
Non aspettai a lungo per vedere sfilare sotto l’altana a non più di 15 metri tutto il gruppo. Dopo una mezzora che il branco pascolava nel campetto, un leggero fruscìo ha attirato la mia attenzione, ed è stato allora che ho capito come faceva il maschio a non farsi mai vedere… In pratica, il palancone seguiva a distanza il branco, rimanendo però a mangiucchiare dentro il bosco senza mai mettere il naso fuori. Che emozione avere una bestia così bella a pochi metri, praticamente la si sente respirare; naturalmente me lo sono mangiato con gli occhi e l’ho misurato in lungo e largo: ho notato una pala un po’ storta e di dimensioni più piccole dell’altra, la schiena un po’ incurvata e il pomo d’Adamo molto prominente (segno evidente che non era un giovincello), una larga chiazza scura sulla spalla (probabilmente dovuta a qualche recente cornata), e mentre ancora lo stavo ammirando a bocca aperta, come una vera star delle passerelle ha sfilato lentamente verso il trattoio e prima di scomparire nel folto si è girato verso il branco, ancora al pascolo, ha scosso le grandi pale e poi, in punta di piedi, come, è arrivato è scomparso. Dopo la scoperta, Sebastiano ed io abbiamo deciso, per invogliare i nostri amici ad aspettare in loco l’apertura, di costruire una salina e poi abbiamo anche aggiunto periodicamente un po’ di mele infilate nei rametti in alto, in modo che non venissero raggiunte dai cinghiali. Nonostante tutti i nostri accorgimenti, l’unico animale presente lì in zona, il primo giorno di caccia, ero io.
IL PRIMO DAINODI SEBASTIANO
Solo il giorno dopo ho scoperto che dovevo il mio insuccesso al cambiamento di orario dei daini. Sebastiano, infatti, aveva approfittato di una pausa di lavoro per andare ad appostarsi nel primo pomeriggio sull’altana della quercioletta ed era riuscito ad abbattere con una freccia ben piazzata una bellissima femmina. Aveva risparmiato il palancone per riguardo al mio grande sogno, “accontentandosi della femmina, e per onorare il suo sacrificio mi sono organizzato per tornare presto a caccia. Le giornate al lavoro non passavano mai e anche in casa ero spesso di malumore; la domenica poi, ho messo in croce tutti per pranzare presto, in modo da essere sul posto di caccia prima dell’una, in quanto Sebastiano mi aveva raccontato che i primi daini erano passati intorno alle tre. La giornata prometteva bene, era molto freddo, ma il cielo era limpido e soleggiato, e quindi speravo proprio nell’incontro del secolo. Purtroppo per me, appena sono salito in macchina è arrivata la doccia fredda: l’amico Giovanni mi ha avvisato telefonicamente di aver appena abbattuto l’unico palancone previsto dal piano di tiro del nostro gruppo. Gli ho fatto i dovuti complimenti, ma a denti stretti e imprecando tra me per la sfortuna che mi perseguitava. Poi ho telefonato Silvano Tortoli, presidente del mio distretto, per sapere se qualche altro gruppo aveva ancora un palancone da abbattere; la sua risposta negativa mi ha dato il colpo di grazia.
Ormai ero in macchina diretto all’appostamento, ma ero davvero sconsolato; la sublime speranza dell’incontro tanto agognato si era trasformata in una sorta di malumore che non riuscivo a sconfiggere. Dopo due ore passate invano sull’altana, ho pensato che non fosse davvero cosa. Stavo preparandomi per andarmene quando ho intuito un movimento nel trattoio che esce a venti metri dall’altana, segno inequivocabile che una probabile preda stava arrivando; tutti i pensieri funesti hanno preso il volo (magia della caccia), ho preso l’arco, mi sono preparato e… naturalmente, manco a dirlo, il mio palancone si è materializzato nella stradella, è stato fermo un po’, poi è venuto verso di me e si è messo a mangiare le mele infilate nei rametti di un albero a 15 metri dall’appostamento. Rammarico più grande penso non possa esistere, oltre al danno anche la beffa. Non lo nascondo, l’ho preso di mira per ben due volte, ma, come è giusto che sia, ha vinto il buon senso e così ho abbassato l’arco e sono rimasto a guardarlo finché non è entrato nel solito viottolo del suo ormai consolidato percorso. Ho continuato a sperare che almeno uscissero gli altri per alleggerire la mia pungente delusione, ma niente da fare, la serata è finita così e anche tutta la stagione primaverile, perché, nonostante avessi frequentato spesso l’altana della quercioletta, non ho più visto neppure un daino.

Il vallone dove l’autore ha tirato al daino fotografato dall'appostamento dei sassi. Freccia 1: il luogo da dove l’autore ha scoccato la freccia. Freccia 2: il punto in cui si trovava il daino al momento del tiro. Freccia 3: il punto in cui uscivano i daini. Freccia 4: la strada abitualmente percorsa dai daini. Freccia 5: il percorso dei daini il giorno della cattura
UN INCONTRO CASUALE FA SPERARE DI ESSERE ALLA RESA DEI CONTI
Quello della quercioletta è stato l’unico incontro con il mio “sogno”: per tutta la stagione primaverile e anche nelle uscite prima della caccia estiva del 2007 non avevo trovato più nessuna traccia del palancone della Ripa e avevo ormai perso le speranze di rivederlo. Poi, un pomeriggio, mentre ero appostato in una tagliata in attesa di un giovane maschio di capriolo, ho sentito nel bosco vicino i rumori di alcuni cinghiali. Mi sono girato verso il bosco e ho iniziato a fantasticare su ciò che stava accadendo lì dentro, trasformando i rumori che sentivo in immagini; poi, piano piano, i rumori si sono allontanati facendo svanire le immagini oniriche e, ritornando alla realtà, mi sono girato verso la agliata per riprendere il mio cammino verso l’auto. Ed ecco lì il palancone della Ripa, uscito silenziosamente, come un fantasma, dal folto e lentamente stava venendo verso di me. Ci sono voluti diversi respiri profondi per controllare l’improvvisa, fortissima emozione. Era splendido anche con i palchi in velluto e mentre non riuscivo ancora a connettere, ho notato, chissà perché, che il palco destro era più piccolo dell’altro, poi, mentre lui si è fermato a pascolare, ho controllato con il telemetro la distanza e quando sul diplay è apparso il numero 30, ho capito che finalmente eravamo giunti alla resa dei conti. Automaticamente la calma ha preso il sopravvento sull’emozione e in un attimo ho elaborato il piano di battaglia. “Rimani calmo così, aspetta che si metta di fianco, poi tendi l’arco mentre si gira, così non può vedere il movimento, dopo metti il terzo mirino sulla spalla proprio dietro al gomito della zampa e scocca delicatamente“. Mentre dentro di me ripassavo tutti i gesti da fare, il tempo era sospeso in una specie di limbo.
Non si può nemmeno immaginare quanto si dilatino quei pochi attimi e quanto tutto rimanga sospeso nel nulla quando si aspetta l’attimo cruciale in cui far volare la freccia, mentre abbiamo un palancone che mangia ignaro a 30 metri da noi. In quei momenti si registrano dentro la nostra memoria delle cose che lì per lì sembrano senza importanza, dei piccoli dettagli che normalmente non hanno un grande significato in tutta l’azione, ma poi, a distanza di tempo, capisci che sono quei piccoli dettagli che ti restituiscono veramente integro, vero, reale e indimenticabile quel momento. Dopo aver piluccato un po’ di tenere foglioline da un cespuglio di carpino, il daino si è girato lentamente di fianco. D’istinto, ho teso l’arco andando a puntare il mirino dei 30 metri e ho trovato la spalla coperta dalle foglie; era sicuramente possibile tirare perché quel cespuglietto era composto solo da ributti dell’anno che, quindi, non avrebbero costituito un serio ostacolo alla freccia, ma la cosa non mi andava a genio; una preda di quel genere meritava un’azione pulita. Ho quindi spostato il mirino all’attaccatura della gola in attesa che facesse un passo permettendomi di tirare, ma proprio in quel momento l’ho visto guardarmi con gli occhi spalancati dalla sorpresa e con un unico fluido movimento girarsi e saltare la stradella che lo separava dal bosco lasciandomi sbigottito a puntare il niente. Dopo essermi ripreso, ho capito di essere stato tradito dal vento che aveva girato. Anche il secondo incontro è stato vano e intanto per me la faccenda stava diventando veramente una malattia. Nei giorni successi, e in piena afa estiva, ho costretto Sebastiano ad aiutarmi a costruire un’altana a tempo di record, poi ho costruito saline, ho portato mele e ogni altra diavoleria che mi veniva in mente, ma “lui” non si è fatto più vedere.
A caccia chiusa invece (in piena stagione degli amori), l’ho incontrato diverse volte, tant’è che per un po’ non sono andato alla Ripa per non incontrare il mio “incubo”, ma sapevo da Sebastiano che il daino si faceva vedere sovente e che un giorno, addirittura, aveva sfidato un intruso abbastanza insolito: un trattore che stava seminando. A febbraio, riaperta la caccia, Sebastiano ed io abbiamo ripreso a recarci ai nostri appostamenti per cercare di realizzare i capi assegnati. Una sera abbiamo incontrato Giuliano, un amico boscaiolo, che ci ha raccontato di avere visto un paio di volte in pieno giorno dei daini che “facevano a cornate” nella tagliata vecchia della Ripa. Alla notizia è stato come se una scarica mi avesse colpito in pieno e l’occhiata che Sebastiano ed io ci siamo scambiati è stata più significativa di molti discorsi. Il giorno successivo era silenzio venatorio, perciò sono andato con il solo binocolo nella tagliata. A metà pomeriggio ho cominciato a sentire nel vallone di fronte (dove è divieto di caccia) il rumore di palchi che battevano l’uno contro l’altro; dopo un po’ sono usciti due balestroni che hanno continuato a fronteggiarsi; sono rimasto a guardarli per parecchio tempo e ho notato che, mentre pascolavano e giocavano, si muovevano in una strada usata per portare fuori dal bosco la legna, che, uscendo dal divieto, passa a poche decine di metri da due grossi massi che sarebbero stati il posto ideale per aspettarli. Dopo il summit con il mio socio di caccia, sono tornato sul posto per costruire un riparo tra i due sassi. Finito il lavoro, stavo per andarmene quando ho avvistato di nuovo i due balestroni che percorrevano la stessa strada del giorno prima e tra l’altro non erano soli: con loro c’erano almeno altri due animali che non ho potuto identificare perché parzialmente coperti dai cespugli e io avevo fretta di andarmene per evitare che si accorgessero della mia presenza.
CRESCE L’ASPETTATIVA
A mezzogiorno del 13 febbraio di quest’anno ero già accucciato dentro il capanno dei sassi con tanta speranza di poter fare una cattura davvero importante; mi immaginavo i due bei balestroni che arrivavano a tiro, però… non erano palanconi e siccome “la lingua batte dove il dente duole“, il mio pensiero è andato ancora una volta al palancone della Ripa. Ho lasciato passare le ore godendomi il sole e il silenzio del bosco; la noia non esiste quando si ha la possibilità di osservare la natura e quel giorno ho visto diversi voli di colombi che andavano a buttarsi in una vecchia quercia di fronte al mio appostamento, poi sono passati diversi branchetti di gazzine (cesene) e, fatto insolito per essere in pieno giorno, un bel tasso che ha messo il capo fuori dalla tana ed è rimasto fermo ad ascoltare e annusare in giro e poi lentamente si è incamminato alla ricerca del cibo. Il mio sguardo è stato attratto anche da alcune viole che tenacemente erano fiorite in una nicchia nel masso dietro al quale ero appostato e mi è scappato da ridere pensando alla fortuna di avere anche il vaso con i fiori freschi nel capanno da caccia. Ero talmente preso dalle mie osservazioni che, quando i daini sono usciti nel pendio di fronte, mi sono sorpreso di come fosse passato velocemente il tempo. Rispetto agli altri giorni, però, erano molto più a nord, a circa 250 metri da me, e anche se lentamente scendevano verso il pendio dove ero appostato, ho capito che stavano facendo un percorso diverso e che intendevano passare nei trattoi al margine opposto della tagliata. Conosco quell’angolo come le mie tasche e so con certezza che il sentiero attraversa un piccolo sterrato a non più di 30 metri dal limitare del bosco, perciò ho deciso di tentare di raggiungere il posto.

Il punto di impatto della freccia (il colpo sembra alto, ma bisogna considerare che è stato tirato dall'alto verso il basso); da notare il pomo d'Adamo molto prominente e il palco destro più piccolo e un po’ storto
Ho lasciato tutto nel capanno e con il solo arco in mano mi sono avviato lentamente, anche perché ero ompletamente
in vista degli animali che stavano scendendo. Dalla mia avevo il fatto che mi muovevo a mezza costa e perciò non contro cielo, ma la tagliata in inverno è talmente spoglia che offre ben pochi ripari e quindi dovevo fare attenzione a camminare solo quando gli animali erano distratti. Muovendosi in un bosco tagliato è quasi impossibile non calpestare dei rami, perciò mi sono state molto utili le suole di gomma piuma che avevo indossato prima di abbandonare lo zaino e che sono molto efficaci per attutire i rumori prodotti dagli scarponi gravati da 90 chili di peso.
Dopo mezzora non avevo ancora fato metà del percorso, mentre il branchetto di maschi, tra cui ora, ad occhio nudo, riuscivo a vedere anche un palancone, era quasi arrivato a cento metri dal fosso che li separava dal lato dove mi muovevo io. Quella era la parte più critica di tutto il tragitto, in quanto, percorsi una ventina di metri, mi sarei trovato coperto ai loro sguardi da un dosso, che mi avrebbe consentito di arrivare velocemente fino al punto in cui intendevo appostarmi; ma quei pochi metri erano veramente difficili. Combattendo contro la mia furia di arrivare ho rallentato ancora i movimenti e forse quella è stata la mossa vincente. A un certo punto mi hanno avvistato. Mi sono immediatamente immobilizzato. Non so bene quanto siamo rimasti immobili (io di qua e loro di là dal fosso), forse cinque o sei minuti, ma vi assicuro che mi sono sembrate ore. Poi, quando il gruppo si è tranquillizzato, sono ripartito, sino ad arrivare vicino al bosco dove mi sono fermato, ho respirato profondamente per calmarmi e ho incoccato la freccia. I daini erano a circa 50/60 metri da me, sul pendio opposto, ed ora che erano nel bosco alto si muovevano più velocemente e riducevano in fretta la distanza che ci separava; a un certo punto si sono fermati nel fosso perchè per un po’ non ho sentito più rumori e siccome dalla mia posizione non potevo vederli, mille dubbi mi hanno assalito. Poi un rumore di un palco che ha sbattuto su un albero mi ha avvertito in tempo che gli animali non sarebbero passati dove li aspettavo, bensì sarebbero usciti dal fosso sotto di me, direttamente nella tagliata alla mia destra. Molto lentamente mi sono girato per porre il fianco sinistro al rumore (in modo da poter tendere l’arco) e proprio allora ho visto il mio palancone che, in testa al gruppo, stava attraversando gli ultimi metri di bosco seguito dai suoi scudieri. Ho teso l’arco in una specie di trance, rifiutando di confessare a me stesso che si trattava di lui; forse è stato proprio per questo che sono rimasto calmo e dopo una rapida occhiata alle matricine (piante adulte lasciate nel taglio a circa dieci metri l’una dall’altra), ho considerato che la distanza di tiro era circa una trentina di metri (solo dopo mi sono ricordato che il telemetro era l’unica cosa che mi ero portato dietro).
Quando il daino è uscito al pulito aveva già il mirino puntato sulla spalla e nel momento in cui si è fermato per ontrollare in giro, il mio dito indice ha scoccato la freccia. Ho sentito bene l’impatto sordo del colpo a bersaglio, ma non sono riuscito a vedere dove avevo colpito; per fortuna, mentre il daino si girava su se stesso per un’ultima, disperata fuga nel bosco, ho visto fiorire sulla spalla in alto un lungo sbuffo rosso. E’ stata l’ultima immagine che ho colto mentre il daino, investendo letteralmente il balestrone che lo seguiva, scompariva nel folto seguito solo dal rumore di frasche sbattute. Sono rimasto con il fiato sospeso finché non ho sentito chiaramente il rumore dei sassi smossi dall’animale che ruzzolava dentro il fosso e solo allora ho ripreso a respirare. Nel vallone è sceso un silenzio rreale e io, ancora in ginocchio, guardavo meravigliato il bel balestrone che era rimasto fermo e completamente alla mia mercé, perché probabilmente non si era reso nemmeno conto di quanto era capitato al suo compagno, né percepiva il pericolo che stava correndo. L’ho guardato a lungo pensando: “il re della Ripa è morto e ora forse tu combatterai per prendere il suo posto; chissà, forse tra qualche anno ci incontreremo, ma oggi no, oggi ho catturato il mio sogno”.











