per gentile concessione della rivista Sentieri di Caccia & Cacciare a Palla.

Dallo scorso luglio è consentito l’uso dell’arco per l’esercizio della caccia di selezione nel territorio della provincia di Siena. Sono parecchi gli arcieri che hanno inoltrato la richiesta per ottenere la licenza per praticare questa caccia, difficile e piena di fascino, fatta di pazienza e di silenzio, che richiede una grande preparazione e un costante allenamento

testo di EMILIO PETRICCI foto di GIANLUCA VATTI

Con la delibera 153 del 25 luglio 2006 l’amministrazione provinciale di Siena ha approvato il “Disciplinare provinciale per la gestione faunistica e venatoria di Cervidi e Bovidi”, che all’art. 26 Armi consentite al comma 2 recita: per l’esercizio della caccia di selezione e altresì consentito l’uso dell’arco di potenza non inferiore a 50 libbre.

L’autore appostato nel bosco. L’arco e un compaund da 70 libbre della Hoyt, modello Ultratec, con frecce della Carbon Express CX Hunter 400 Advantage con punta Muzzy a quattro lame da 115 grani

Con queste righe la Provincia di Siena ha recepito il progetto elaborato dall’autore in collaborazione con gli Arcieri di San Galgano, compagnia con sede a Chiusdino, attivissima nel preparare arcieri per il tiro istintivo venatorio, in un percorso di caccia simulata nei boschi del castello di Frosini (vicino all’abbazia di San Galgano, nota per la spada nella roccia), dove sono state posizionate sagome animali tridimensionali a grandezza naturale, sia fisse che mobili. “Con questa delibera la Provincia di Siena – commenta I’assessore Claudio Galletti - intende consegnare un riconoscimento di serietà e competenza a chi pratica lo sport del tiro con l’arco finalizzato alla simulazione venatoria, e permettendogli di esprimere con soddisfazione la propria passione anche nell’attività venatoria, fa si che non si perda questa antica tradizione della caccia” Con il tiro istintivo venatorio il cacciatore/arciere torna a far rivivere un’arma antichissima che ha segnato in modo indelebile la storia dell’uomo. L’invenzione dell’arco ha di fatto reso possibile la sopravvivenza dei nostri antenati e questo e stato l’arma da lancio più usata al mondo sia a caccia che in guerra. Solo il fucile e riuscito a prendere il suo posto, ma oggi sempre più cacciatori riscoprono quest’arma e molti si avvicinano alla caccia proprio tramite l’arco; in provincia di Siena sono parecchi gli arcieri che hanno inoltrato la richiesta per ottenere la licenza di caccia.
La caccia con l’arco e una caccia difficile e piena di fascino, fatta di pazienza e di silenzio, che richiede una grande preparazione e un costante allenamento per padroneggiare l’arco, e non potendo tirare oltre i 30/35 metri, il cacciatore/arciere deve conoscere molto bene il territorio in modo da sapere dove appostarsi e come muoversi per poter avvicinare la preda. Con il racconto del mio primo abbattimento di un capriolo effettuato con l’arco, vi voglio far conoscere in che modo ho realizzato il mio sogno, quello di poter inseguire caprioli, daini e cervi nel territorio dell’Atc 17 armato del mio arco da caccia e di tanta passione.

IL MIO PRIMO CAPRIOLO

Ci siamo quasi… II capriolo e vicino!

Il sibilo della freccia, il rumore sordo dell’impatto, lo spostamento rapido per scansare il ramo d’olmo che impedisce la visuale, il sangue sulla spalla, la breve fuga scomposta e il ruzzolone nella stoppia di avena, sono fotogrammi al rallentatore che passano e ripassano nella mia mente, quegli attimi che a raccontarli sembrano durare secoli per le emozioni che mi scatenano e che invece in realtà durano solo pochi secondi lasciandomi quasi sempre quel senso di vaga insoddisfazione per le cose consumate troppo in fretta.
Chissà, forse sarà per questo che la nostra memoria le fissa per poterle rivivere più lentamente, quasi come per farcele gustare meglio; poi la pellicola della vita riparte a velocità normale e come sempre mi accade mentre accarezzo il muso del mio capriolo, la gioia della cattura si mescola a una commozione che non riesco a descrivere e rimango lì, immerso in queste sensazioni contrastanti e uniche, e vivo quel momento che è solo mio e che mi rende protagonista di quella grande recita della natura sempre sospesa tra la vita e la morte: un che di antico,ancestrale. Poi lentamente il ritorno alla realtà, il cellulare e la prima telefonata che parte è per l’amico e compagno di caccia Sebastiano. “L’ho preso, vieni all’altana del passo di Lampo perché questa tocca a te pulirlo“. La sua risposta è irripetibile, però sono certo della sua gioia per il mio risultato, perche ormai la nostra sfida aperta da una vita ci porta, ogni volta che ne capita l’occasione, a prenderci in giro, a volte anche molto pesantemente, fino al punto che, spesso, le persone che hanno assistito a questi battibecchi hanno pensato che stessimo per litigare sui serio; in realtà siamo uniti da un profondo legame di amicizia e di stima reciproca, che è nato grazie alla nostra comune passione per la caccia e che poi ci ha legato anche nella vita.

L'autore (a destra) con l'amico Sebastiano

Mentre me ne sto lì seduto nella stoppia con la mia cagnina Nena, che sta facendo la guardia al capriolo appena abbattuto, ad aspettare l’arrivo di Sebastiano, chiamo il presidente del distretto di caccia di selezione Val di Féccia. “Silvano sono Emilio, ti volevo informare che ho preso il capriolo“,”Bravo, ma l’hai preso con I’arco?“, “Certo, pensavi forse che mi lasciavo sfuggire l’occasione che aspettavo da sempre?“,”Bravo davvero, sono contento per te. A che  distanza hai tirato?“, “A circa 27 metri…“.
Riattacco dopo aver ricevuto ancora i complimenti di Silvano e mentre per l’ennesima volta mi ripassano davanti agli occhi quelle immagini cruciali, il mio pensiero va al momento in cui è iniziata questa avventura, e cioè circa due anni prima, quando ho ricevuto la telefonata dell’amico Giampiero Sammuri, dirigente dell’ufficio Risorse Faunistiche e Riserve Naturali della Provincia di Siena. “Emilio, ho parlato con l’assessore Claudio Galletti del tuo progetto per la caccia di selezione con l’arco, gli è piaciuto e ti vuole incontrare. Quando puoi venire?” “Me lo chiedi? Anche ieri … a parte gli scherzi, dimmi tu quando e io ci sarò“. E da quell’incontro con l’assessore, che si e rivelato una persona pronta ad ascoltare tutti senza idee preconcette, dopo alterne vicende tra riunioni e incontri, ha preso corpo la stesura di un disciplinare che prevedesse l’uso dell’arco. L’iter che ha seguito e stato però lunghissimo. Ormai mancavano solo sei giorni all’inizio della caccia; stavo preparando l’occorrente per la prima uscita, con gli occhi che andavano in continuazione all’arco nuovo, regalo di mia moglie Antonella, con il rammarico di non poterlo usare, quando è arrivata la tanto sognata telefonata. “Ciao Emilio, sono Luciano Palazzi. Ti volevo comunicare che è stato appena approvato il nuovo regolamento per la caccia di selezione e che l’arco è consentito. Sei contento?“, “Luciano non mi stai prendendo in giro vero?“, “No, te lo giuro, è vero. Però, visti i tempi cosi stretti, dovresti chiamare gli altri arcieri e poi venire in ufficio da Susanna per le ultime formalità e passare anche dalla Polizia Provinciale per farvi rilasciare i codici per la teleprenotazione. Vi aspetto. A presto“. Sono rimasto lì, con il telefono a mezz’aria, perché come tutte le case tanto desiderate, quando si avverano dopo aver quasi perso le speranze, ci vuole un pò ad assimilarle e a rendersi conto che sono divenute realtà. Poi lo stupore lascia il postl alla gioia pura e giù telefonate per avvisare tutti, mentre la carabina Browning cal. 270 Winch, compagna da dieci anni delle mie uscite di caccia, viene riposta e sostituita con l’arco Hoyt da 70 Iibbre.
Al ritrovo di inizio stagione con gli altri selecontrollori del distretto le battute e gli scherzi si sprecano, e il bersaglio – manco a dirlo – siamo Sebastiano e io, per la nostra scelta di cacciare con l’arco. Molti ci chiedono: “Ma l’arco uccide?” e ancora “Non si corre il rischio di lasciare in giro un sacco di feriti?
A queste domande cerco di dare delle risposte esaurienti, forte anche dell’esperienza maturata nei diversi anni in cui ho praticato la caccia di selezione nel distretto, nonché di quella fatta come conduttore di cani da traccia con all’attivo un discreto numero di interventi.

La femmina di capriolo protagonista del racconto, fotografata nel punto in cui è caduta; in primo piano la ferita mortale causata dalla freccia.

L’arco e una delle armi più antiche che l’uomo ha avuto tra le mani ed è sicuro che ha ucciso parecchio; tenete presente, poi, che in passato non esistevano archi compaund e frecce in carbonio con lame al titanio … Per quanto riguarda il rischio di ferimento, penso che nessuna arma possa assicurarci da questa eventualità; la differenza la fa sempre chi tira e non solo per un fatto di abilità, ma anche e soprattutto per l’approccio che si ha quando tiriamo. Quasi sedici anni fa, agli albori della caccia di selezione nella provincia di Siena, quando eravamo in pochi selecontrollori a praticarla, c’era un severo controllo circa le modalità di tiro, facevamo molta attenzione al fatto che la distanza tra noi e l’animale non fosse eccessiva e che quest’ultimo fosse nella posizione migliore per piazzare una palla risolutiva. Oggi che siamo in tanti a praticare questa caccia non abbiamo più lo stesso rigore, un pò perché, essendo parecchi, c’e più competizione per la preda, un pò per la moda di tirare a distanze impossibili. Fatto sta che sempre più spesso sono chiamato a interventi di recupero con il cane.
Perciò sono arrivato a pensare che se con la carabina tirassimo solo in condizioni ottimali e a distanze mai superiori
ai 100/150 metri, il rischio di ferire l’animale diminuirebbe parecchio e la stessa cosa vale per la caccia con l’arco: se il cacciatore non tiene conto della posizione dell’animale e tira a distanze superiori ai 30/40 metri, sicuramente il rischio di ferire e alto, ma se gli arcieri si attengono a queste basilari norme, l’arco e sicuramente un ‘arma che può essere usata in tutta tranquillità. Certo, sarà più difficile tirare, ma questa e un ‘altra storia
“.

In seguito alle mie parole si è scatenata una vera baraonda tra chi sosteneva che con la carabina era in grado di colpire una mela a 350 metri e chi asseriva che bisognava tirare da distanze ragionevoli; nel mezzo sempre noi e la nostra scelta impopolare. Mentre subiamo in silenzio, ha preso la parola il più anziano del gruppo, Enio, detto Capifoco. “Io credo che la loro scelta sia giustificata dalla grande passione che li motiva e perciò merita rispetto. Però, ragazzi, una cosa me la dovete spiegare: ho passato la vita a gattonar “cignali” con il 12 e per tonfargli una botta dovevo andargli cosi vicino che erano più le volte che mi soffiavano di quelle che riuscivo a tirare; ora con la carabina a 150 metri gli potrei tirare senza che loro manco si accorgano che ci sono… Ma me lo volete dire chi ve lo fa fare?“.

La femmina di capriolo protagonista del racconto; l'animale è ritratto insieme all'arco e alla freccia utilizzati per l'abbattimento

La risposta pacata di Sebastiano zittisce tutti. “Vedi Capifoco, questa passione dell’arco non e altro che una sfida con noi stessi per vedere se siamo ancora dei predatori e se quindi siamo ancora in grado di catturare le nostre prede riuscendo a entrare nel raggio di azione dei loro sensi, 0 se le possibilità di oggi ci hanno snaturato a tal punto di farci scordare gli insegnamenti dei nostri vecchi. Poi, sai, noi siamo comunque tranquilli, perché alla fine della caccia, quando ci troviamo sotto il quercione della Ripa, anche se non abbiamo preso niente, il prosciutto e il fiasco di vino ci sarà sempre e quindi non moriremo di certo fame… ” E mentre mi arrivavano da tutte le parti pacche sulle spalle, guardando il sorriso sornione di Sebastiano capisco che grazie a queste semplici parole siamo stati accettati da tutti e che ormai non solo legalmente, ma anche moralmente ci siamo ritagliati il nostro angolo di paradiso. Lo scodinzolio di Nena mi segnala l’arrivo del mio amico che, ignorandomi volutamente, continuando così le nostre consuete schermaglie, e guardando il capriolo che ancora giace nel punto in cui e caduto, mi dice: “L’hai preso davvero bene… Mi sa che mi toccherà pulirlo … “, “Tu non hai visto niente?“, “Stai zitto, non me ne parlare, alla faccia del predatore … Ho dimenticato di mettere la vibrazione al cellulare e quando mi hai chiamato, mi sono scappati i tre caprioli che avevo gattonato per un ‘ora. Pensa, ero arrivato a poco piu di una quarantina di metri; ancora pochi passi e poi avrei tirato“. E io, un pò mortificato per essere stato la causa involontaria del suo insuccesso, mentre lo guardavo eviscerare il mio capriolo, pensavo tra me: “Non te la prendere amico mio, tanto ti conosco e so già che il prossimo toccherà a me pulirlo“.

Per info: Emilio Petricci 336 603232, petricci.emilio@libero.it

Arcicaccia Toscana 055 368813, 055 368487, info@arcicacciatoscana.it

FIARC tel. 02 89305589, www.fiarc.it


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