Il cignalone
per gentile concessione della rivista Sentieri di Caccia & Cacciare a Palla.
La scoperta casuale del luogo di pastura di un grosso solengo e delle sue abitudini ha permesso all’ autore di effettuare una cattura davvero eccezionale usando arco e frecce

L'autore con il grosso verro protagonista, suo malgrado, del racconto: 113 chili
“Ti dico che è grosso, è veramente grosso, penso sia quel solengo che abbiamo visto lungo la strada per Villanova quella volta che andavamo a fare il censimento dei caprioli. E’ un vecchio furbone: si rimette in quel macchione sotto la strada ed è in compagnia di quattro porcastri di una ventina di chili, che manda in avancoscoperta spudoratamente: quando poi è sicuro che un c’e nessuno esce anche lui. E invece di arrabbiarsi perché gli hanno mangiato tutte le mele, sai che fa? Si appoggia con il groppone al melo e con due o tre scossoni ne fa cadere altre e le divide con loro. E’ già la quinta volta che lo vedo, gli ho contato anche i peli sulla groppa! Capirai, il melo è quello dove ho messo la salina, è a venticinque metri esatti dall’altana dello sterratello, e penso che i caprioli stiano alla larga proprio per colpa sua; infatti escono tutte le sere una femmina e due giovani nel campo proprio sotto la strada, il maschio invece esce dal confine della riserva di Frosini dalla parte opposta, e tutti pascolano in alto; tu vedessi quante volte alzano il capo verso il melo, Le prime volte pensavo che si fossero accorti della mia presenza, poi mi sono reso conto che non sentono me, ma che sanno che razza di arnesaccio transita in quella zona e quindi si tengono a distanza”.
Racconti tra amici
Questo è il resoconto che ho fatto a Sebastiano al rientro da un’uscita di caccia di selezione, quando mancavano pochi giorni al 15 di settembre 2006, giorno in cui si sarebbe aperta la caccia alla stanziale è chiusa. sino a febbraio la caccia al capriolo. Era il primo anno che avevamo avuto la possibilità di praticare la caccia di selezione con I’arco e mentre io avevo fatto un sacco di uscite, avevo abbattuto una femmina e stavo cercando il maschio adulto per completare il

L'altana dello sterratello vista dal campetto sotto la strada provinciale
mio piano di tiro, Sebastiano era uscito solo il giorno dell’apertura e da allora, per motivi di lavoro, non era più andato a caccia. Era così tutti gli anni, però questa volta mi rendevo conto che gli pesava di più rinunciare e il fatto che poi a febbraio e marzo si sarebbe rifatto del tempo perduto era una magra consolazione, perche per due anni avevamo lavorato al progetto per la caccia di selezione con !’arco e ora che la Provincia di Siena !’aveva approvato, permettendoci di coronare un sogno, lui doveva aspettare ancora. Allora, per consolarlo e farlo partecipe della caccia (e anche perché senza lui alle mie uscite mancava qualcosa) la sera passavo dal Borgo, la pizzeria che gestisce insieme con la moglie, le sorelle e i cognati, e lui appena mi sentiva arrivare, con la scusa di fumare una sigaretta, usciva nella strada dietro la cucina, per ascoltare il resoconto della cacciata. Le prime volte che gli raccontavo del cignalone, non credeva nemmeno che fosse grosso come gli dicevo, poi ha cominciato a capire che in effetti un cinghiale che si rimette in uno scanzatoio come quello, un fazzoletto di macchia stretto tra una strada provinciale, un campetto ed una azienda faunistica, dove difficilmente vengono sciolte le mute dei cani perché è troppo alto il rischio che sconfinino nella zona di divieto o, peggio, che attraversino una strada fortemente trafficata, poteva davvero essere il vecchio verro, re di quelle macchie, che da anni faceva impazzire e sognare tanti cacciatori e che noi avevamo una volta avvistato per pochi attimi. Ascoltando questa racconto il mio amico mi disse che, a costo di litigare in famiglia, la sera dopo sarebbe venuto con me, all’altana dello sterratello così, oltre che vedere il cignalone, avrebbe provato anche ad insidiare la capriola che veniva a pascolare lì vicino.
Finalmente a caccia insieme

II campetto sotto la strada provinciale visto dalI'altana
Il tramonto del 13 settembre 2006 ci vide insieme sulla stessa altana, quella che noi avevamo chiamato “dello sterratello”, perché piazzata sotto un piccolo campo scosceso, sui confine di un incolto, dove nascono solo cespugli di sanguinello, corniolo, pruni e ginepri, con al centro un grosso melo, residuo di un passato dove i contadini sfruttavano ogni angolo per poter produrre qualche cosa di utile. Sotto al melo io avevo piazzato una salina, perche i macchioni che arrivano fin lì dal confine dell’azienda agri-turistico-venatoria di Frosini sono praticamente lo svincolo autostradale dei trattoi in cui transitano i selvatici per uscire dalla zona di divieto e andare a pascolare nei campi coltivati del podere Villanova. La salina non aveva mai dato grossi risultati per gli ungulati da noi cacciati, cioè caprioli e daini, che pur essendo obbligati a passarci vicino, non la cercavano quasi mai; io, però, continuavo da anni a curare quel posta perché mi ero accorto che, anche se i selvatici snobbavano il sale, si cibavano con avidità, soprattutto in estate, di tutti i ributti dei cespugli che periodicamente tagliavo per avere una buona visuale sulla zona. Mentre eravamo immobili e in silenzio già da un paio d’ore, e mentre, come da accordi presi prima (perche a quelle distanze anche un bisbiglio può compromettere tutto) , Sebastiano guardava in alto in direzione del campo, dove avevo visto la sottile, io ero girato dalla parte opposta, verso il melo, in attesa delI’incontro serale con il setolone. Nell’attesa mi assalivano mille dubbi: e se stasera non uscisse? E se uscissero solo i porcastri? Che figura avrei fatto? II bello era che non mi preoccupavo tanto che uscisse o no la capriola che il mio socio di caccia poteva abbattere, bensì il cinghiale, a cui fino al primo ottobre era chi usa la caccia, e che pertanto potevamo solo guardare. Nel momento in cui mi passavano per la mente questi pensieri, mi è sfuggito un risolino, al che Sebastiano, che non aveva capito il motivo del mio sorriso, si è girato verso di me bloccando il movimento a metà: un cinghiale era apparso al margine del bosco.
Sebastiano avvista il primo cinghialotto
Mi era fatto distrarre dai pensieri e lui aveva effettuato l’avvistamento prima di me; comunque ora potevo rilassarmi, quella per me era una scena nota: prima usciva un cinghialotto grigiastro che stava qualche minuto fermo sui margine dello sterrato e quindi partiva di corsa verso il melo, poi altri tre giovani ancora con il manto rosso. Dopo circa cinque minuti usciva lui. Stavamo osservando i quattro già da quasi dieci minuti come segnava, implacabile, il mio

II melo con iI sale
orologio che consultavo ogni secondo, ma del solengo nessuna traccia. Quando avevano ormai spigolato tutte le mele cadute e stavano rientrando nei macchioni opposti a dove erano usciti, Sebastiano mi ha toccata un braccio rivolgendomi una muta domanda e io, deluso, mi sono girato dalla parte opposta, anche perché non sapevo proprio cosa dire: stavo facendo la figura del millantatore. Ma proprio in quel momento mi sono accorto che lui era la. II testone brinato fermo appena fuori da un cespuglio: I’avevo notato solo perche si era mosso, altrimenti avrebbe continuato ad essere solo una macchia scura, come ce ne sono tante al crepuscolo. Di colpo mi è tornato il sorriso, lui era arrivato. E’ andato al melo e con due a tre scrollate robuste ha fatto precipitare al suolo una pioggia di frutti maturi. Abbiamo fatto tardi per aspettare che i cinghiali si pappassero tutto e che si allontanassero, permettendoci di andarcene senza disturbare, ne farci notare.
Iniziano i preparativi per la cattura
“Allora che ne pensi?” “Cavolo avevi ragione è quello grosso,è lui … è proprio lui … ed ora che si fa? Io il bracconiere non I’ho mai fatto, e non voglio cominciare ora,però Maremma … Maremma, che rabbia averlo vicino in quel modo e non potergli tirare”. “Non dirlo a me, questa è la sesta volta che faccio buio per aspettare che se ne vada, comunque io I’ho messa così: se è mio … ehmm nostro, ritornerà anche tra quindici giorni quando la caccia sarà aperta e se non ritorna pace; per vedermi un film così sarei disposto a pagare anche il biglietto”.”Non per fare I’avvocato del diavolo, ma quindici giorni sono tanti e poi fra tre giorni apre la caccia al fagiano e qui c’e quel vecchio gallo, vuoi che quel diavolaccio del Fusi non ci faccia una capatina, e lo sai bene che ha quel cane che gira quanto la mente dell’uomo,e poi ci bazzica spesso anche Mauro con suo cugino e il tuo amico setolone ama la quiete, se gli vengono rotti tanto stai tranquillo che cambia albergo e… arrivederci”.”Si, lo so, oltretutto hai vista che sonorimaste poche mele? Secondo me non bastano per quindici giorni”.”Va bene, ma quello si risolve: ci sono i meli del campo di Valloria che sana stracarichi, basta raccoglierle e portarle qui un po’ ogni giorno”. “Ottimo, e per il fagiano stai tranquillo che il primo giorno gli tiro io così si toglie il vin dai fiaschi, anche perché da quando vengo qui non ho vista altri cacciatori, e se il Fusi e Mauro ci passano i primi giorni e non trovano niente non ci torneranno più”.

II grosso verro e il compound utilizzato dall'autore
Quindici giorni di passione

L'altana vista dal melo
La mattina dell’apertura alla stanziale ci dovevamo trovare, come ormai è nostra abitudine da anni, alla Ripa, ufficialmente per la caccia alla lepre con gli amici Silvano, Alessandro, Aldo (Lampo) ed Enio (Capifoco), ma come tutti gli anni quella della lepre era solo una scusa per fare una luculliana colazione insieme e, come qualcuno aveva sottolineato malignamente, quello era I’unico momento in cui noi cacciatori d’arco riuscivamo a tenere il passo di quelli con il fucile. Purtroppo appena mi sono affacciato alla finestra mi sono reso conto che il rumore dell’ acquazzone che si sentiva da dentro casa non rendeva bene !’idea di che razza di diluvio stava venendo giù. Niente caccia e niente colazione e mentre rientravo sotto le coperte, mi sovvenne un pensiero improvviso al fagiano delle sterratello. “Can questa diluvio non uscirà certo nessuno a caccia, pero bisogna che faccia attenzione perché appena spiove quel fagianaccio uscirà dal basco ed e capacissimo di mettersi a cantare e cosi richiamerebbe lì tutti i cacciatori della zona “. A mezzogiorno pioveva ancora, anche se più debolmente, però verso il Poggio di Montieri, si intravedevano le prime schiarite; stivali in macchina e via per arrivare per primo. II sedile posteriore, contrariamente al solito, non era occupato dall’arco, bensì dal sovrapposto calibro 12 che da diversi anni avevo abbandonato. Mentre parcheggiavo la macchina, la pioggia è cessata quasi del tutto e, quando si dice fortuna, mentre entravo nel campo ho visto il fagiano che, appollaiato sopra un sasso, aspettava che uscisse un po’ di sole per far asciugare penne e piume intrise d’acqua. Così, fradicio e infreddolito, faceva un po’ pena; tirargli in quel modo, inoltre, avrebbe rappresentato proprio una vigliaccata; mentre lo gattonavo nascosto da una siepe, il fagiano mi ha tolto dall’imbarazzo: sicuramente mi ha sentito e, bagnato o no, non era certo d’accordo a farsi ammazzare come un polio, quindi si è infilato in un roveto. Mentre mi maledicevo per averlo sottovalutato, l’ho intravisto in una finestra mentre filava via di pedina: una fucilata ed è finito tutto. Dopo averlo recuperato, ho fatto in modo che la spiumata si vedesse bene e ho girato un po’ per il campo, in modo da lasciare molte impronte ben visibili che testimoniassero il mio passaggio per scoraggiare coloro che avessero voluto venirlo a cercare. La seconda meta di settembre non passava mai; ogni giorno, Sebastiano o io facevamo una corsa al melo delle sterratello per portare un po’ di mele. Non sapevamo se a mangiare fossero solo i giovani o se anche lui frequentasse sempre il luogo, ma anche se non ne avevo la certezza io sentivo che era sempre lì.
Un imprevisto rischia di compromettere tutto
Dopo dieci giorni dall’apertura, e dall’acquazzone torrenziale, qua e là cominciavano a spuntare i primi funghi; cominciarono così le notti insonni. Nelle nostre zone e ormai una abitudine, brutta e consolidata, I’assalto al bosco dopa una decina di giorni dalla pioggia; arriva gente da ogni parte che invade ogni angolo. E se ci sono tanti che rasentano il professionismo per la serietà e la competenza, ce ne sono tantissimi che sono come le cavallette e letteralmente rovesciano il bosco come un calzino e dopo il loro passaggio al posto dell’ humus lasciano cartacce,

II cinghiale nel punto in cui è caduto
lattine e rifiuti di ogni genere. Questo per noi è stato il momento più brutto; già di per sé il trovare tanta robaccia abbandonata nel “nostro” bosco è una cosa che ci manda in bestia, figurarsi poi sapere che una masnada urlante gira in ogni dove e disturba la quiete modificando le abitudini dei “nostri” selvatici. Comunque, tra un tormento e I’altro, finalmente arriva il fatidico giorno; il pomeriggio è passato al rallentatore ed il crepuscolo ci ha visti di nuovo fianco a fianco sull’altana dello sterratello. I cinghialotti sono usciti un po’ in ritardo rispetto a quindici giorni prima, ma il loro arrivo ha acceso le mie speranze; ma ecco entrare in scena una scrofa mai vista prima. Passano i minuti e i cinque stanno ripulendo tutte le mele che avevo portato per I’occasione; la coso mi preoccupava molto, anche perché il melo ormai era completamente scarico e perché pensavo tra me “se non arriva presto, è molto probabile che non esce più perché questi ingordi hanno mangiato tutto”. I miei pensieri sono interrotti dal tocco sulla spalla da parte di Sebastiano, che, indicandomi I’orologio, mi fa capire che I’ora della chiusura dell’attività venatoria per quel giorno sta arrivando inesorabile e con un’alzata di testa mi incita a tirare ad uno dei presenti.
La caccia sta per finire senza il protagonista…

II confine dell'Aatv dove usciva il fagiano di cui si parla in queste pagine
Lo guardo, capisco che ha ragione, è tardi, le mele sono quasi finite, e un cinghialotto o una scrofa sono meglio di niente, ed in altre occasioni faremmo carte false per trovarci davanti tutto quel ben di Dio; eppure non mi decido, alzo I’arco, poi mi fermo e guardo ancora intorno, cerco tra i macchioni il testone … ma niente … e va bene tiro … alzo di nuovo I’arco e… non faccio in tempo a tenderlo che il cuore mi baiza in gola… è uscito! E’ lì davanti a noi. E’ comparso come un fantasma e si è unito al banchetto. Ho vinto. E’ venuto, improvvisamente mi sento soddisfatto come se avessi già tirato, mi giro, guardo il mio amico e con un cenno gli cedo il tiro; lui per tutta risposta appende I’arco al gancio delI’altana non lasciandomi alternative. Dopo lo schiocco della freccia il fuggi fuggi di tutti gli animali, cignalane compreso; ci guardiamo e un ampio sorriso mi conferma ciò che già sapevo: ho colpito bene in piena zona vitale; trascorrono attimi interminabili, ma per fortuna, dopo pochi minuti, ci giunge il rantolo e il rumore degli arbusti battuti negli ultimi spasimi. Mi è sembrato veramente vicino, a una ventina di metri da noi sulla nostra sinistra, dove ci sono i trattoi che i cinghiali usano sempre per uscire; guardo ancora Sebastiano che con un cenno della testa mi conferma che anche lui ha sentito.
Non è ancora finita
Rimaniamo lì vicini, in silenzio fino a quando Sebastiano, guardando ancora I’orologio, mi sussurra che è I’ora di andare; ci muoviamo e solo allora ci rendiamo conto di quanto siamo anchilosati dalla lunga immobilità. Appena scesi cominciano i dubbi. Ormai è quasi buio. che facciamo? Se entriamo nel bosco e il cinghiale non fosse ancora morto, diventeremmo noi le prede e lui il cacciatore. Io sono sicuro della precisione del tiro. ma in questi momenti i dubbi assalgono senza pietà. Ci avviciniamo al melo e troviamo subito la freccia che ha attraversato il cinghiale e si è

II cinghiale e la freccia delia Carbon Express con punta a quattro lame Muzzy, che si è spezzata colpendo di striscio il tronco di un albero dopo aver attraversato il cinghiale
spezzata in due colpendo di striscio il tronco; controlliamo il sangue e notiamo che è denso e scuro. segno che proviene probabilmente dal fegato o da importanti vasi sanguigni. è questo indizio, insieme ai rumori che abbiamo sentito, ci fa ben sperare. Decidiamo quindi di seguire un po’ di metri di traccia; se non dovessimo trovare niente entro cento metri. Sospenderemo tutto per tornare I’indomani con Nena, il mio cane da traccia. Ci incamminiamo nel bosco e la luce della torcia mette in risalto una scia di sangue quasi continua; fatti pochi passi eccolo la sotto un cespuglio. immobile. Viva Maria! Viva Maria! Gridiamo in coro il nostro saluto di cinghialai toscani alla nostra preda. Poi il silenzio del crepuscolo ci avvolge; intorno a noi non si sente più nessun rumore. anche gli uccelli hanno interrotto il coro serale, sicuramente per colpa della nostra intrusione, ma mi piace pensare che sia da parte di tutti un ultimo tributo al grande re morto; anche noi rimaniamo lì a guardarlo in silenzio, con rispetto e ammirazione.
Un recupero difficile e soprattutto faticoso
Dopo qualche foto e le solite pacche sulle spalle, cominciamo a fare i preparativi per portarlo fuori dal bosco. “E ora questo chi lo tira fuori?” dice Sebastiano, muovendo uno zampone e rendendosi conto che, nonostante le sue energiche scrollate, iI verro non ne vuol sapere di abbandonare il suo regno. Arriviamo al campo che dista solo un centinaio di metri dopo quasi un’ora di spinte e strattoni. e anche lì ce ne vuole per caricarlo sui retro del fuoristrada; ci riusciamo solo tagliando due robusti pali con i quali costruiamo una specie di scivolo da usare come rampa di carico; terminata I’operazione siamo distrutti e sudati fradici. Arriviamo a Frosini e, nel piazzale. davanti alla stanza

II cinghiale e finalmente sul cassone del pick-up; la fatica è finita!
che usiamo come macelleria. ci sono già ad aspettarci Silvano, Alessandro, Enio e Aldo. che avevamo avvertiti pertelefono; comincia la solita sarabanda di complimenti. e dopo avere raccontato tutta I’azione agli amici ancora increduIi della cattura del bestione con una freccia, pesiamo il cinghiale che ferma la bilancia a 113 chili. E solo dopo la conferma del peso, con un sorriso sadico, mi sono rivolto a Sebastiano per informarlo che d’ora in avanti, per lui. saranno cavoli amari, come lo sono stati per me questi quattro anni in cui lui deteneva il record del cinghiale più grosso abbattuto con I’arco. II suo pesava 84 chili e me lo ricordava, sfottendomi, tutte le volte che catturavo qualche preda. Eravamo ancora lì a prenderci in giro, come solo amici ben affiatati possono fare, quando è arrivata Anna, la moglie di Sebastiano, con il figlioletto Gianluca, portando un vassoio con il pane, il salame e naturalmente il fiasco del vino. Mentre brindavo con il bicchiere in alto, guardando i miei amici ho pensato che sarebbe stato meglio avvisare a casa che avrei fatto tardi; stasera la festa è qui…




